221B Baker Street – note ed appunti al secondo episodio

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Ed eccoci al secondo episodio! Dopo il battesimo del fuoco dei nostri eroi, se vogliamo chiamarlo così, contro l’assassino egittofilo al quale abbiamo assistito nel corso della prima avventura ci troviamo ora di fronte a una vicenda dall’approccio notevolmente diverso.

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La scelta del soggetto di Vittorio Sossi è stata una di quelle che si è configurata fra le prime nel corso dell’articolazione del progetto del bando e delle discussioni sui relativi candidati. Personalmente mi hanno subito convinto il tono decisamente da giallo classico ed il profondo riferimento di base di tipo holmesiano. Così come è risultata assai azzeccata la scelta della componente “soprannaturale”, evidentemente marcata nella zona Lovecraft della narrazione. L’equilibrio fra le due componenti che non è mai stato in discussione e la solidità notevole della storia hanno portato alla decisione di includere l’avventura nel novero di quelle in produzione e anche la fase successiva della sceneggiatura non ha per nulla deluso.

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A fronte di altre narrazioni che sono risultate piuttosto laboriose, la sceneggiatura ha richiesto solamente alcuni piccoli ritocchi in corso d’opera circa la psicologia ed il carattere dei suoi personaggi ed alcune rifiniture volte a rendere il tutto un po’ più ad effetto, ma certamente senza variare di troppo l’impianto originale. Da lettore, oltre che da supervisore, ho goduto parecchio nello scoprire in fase di produzione le misteriose vicende occorse nel museo delle cere, l’inspiegabile apparizione del fantasma di Dickens e la realtà finale sulla sue bizzarra presenza spiritica. Tenendo presente il dubbio conclusivo che si manifesta nelle ultime vignette e che è stato fortemente voluto ed architettato in fase di revisione della storia per non squilibrarne il tono né in un senso né nell’altro, credo che l’avventura risulti nel complesso solida e pienamente godibile. E se qualcuno dovesse obiettare sul veloce scioglimento dell’andamento dei fatti, forse l’unico punto del testo che potrebbe essere opinabile, ritengo che nello spazio delle dodici pagine concesso esso scorra logicamente, in modo notevolmente fluido e risulti del tutto giustificato dalla sequenza degli eventi.

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Al momento dell’elaborazione dei disegni, la scoperta dello stile adottato da Gaia Cardinali per le tavole definitive è stata anche parecchio piacevole. Nonostante il sottoscritto sia solo molto marginalmente fan del fumetto giapponese, la grafica piuttosto manga oriented della disegnatrice, un filino grottesca, dinoccolata, piuttosto dinamica è piaciuta subito, soprattutto per quello che riguarda l’interpretazione dei personaggi (estremamente simpatico l’HPL un po’ “lupinizzato”). Resta forse da lavorare ancora un filino su alcune espressioni facciali oppure su alcuni dettagli dell’ambientazione, però ritengo la disegnatrice piuttosto brava e che il risultato finale complessivo sia nel complesso più che buono. E nonostante tutto proprio alcune delle ambientazioni della vicenda contribuiscono piuttosto bene al tono della narrazione. Unico piccolo appunto, rispetto alla descrizione presente nella sceneggiatura mi sarei aspettato qualcosina di più sul fronte degli interni del museo delle cere, qualcosa di più ad effetto, ma del resto è comprensibile che lo spazio delle dodici tavole abbia costretto anche ad un certo lavoro di sintesi.

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Fase finale: il lettering. Anche qui al lavoro Lorenzo Ghignone e anche qui credo sia stato fatto un lavoro all’altezza, confermando le ottime qualità già espresse nel primo episodio.
Quanto alla cover dell’episodio, essa è di nuovo firmata da Albano Scevola con il suo ormai consueto stile retrò: campeggia al centro la figura di Dickens “duplicata” nelle sue due diverse identità che compaiono nella storia, quella materiale e quella immateriale, mentre in primo piano vediamo i nostri impegnati a fronteggiare il mistero. Molto bella, come dicevo… unico peccato il bagliore forse eccessivo prodotto dalla lampada che offusca un pochino l’iscrizione relativa al nome di Dickens e che non si è riusciti tanto ad attenuare.

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Questo è tutto! Se in questi due episodi ha prevalso complessivamente la matrice holmesiana, con vicende prevalentemente appartenenti al genere giallo, col prossimo inizierà a essere primaria invece la componente lovecraftiana. Si inizierà ad intravedere quella sottile tessitura di continuity che sotterraneamente collega tutto il nostro 1927 ucronico e si inizierà anche a scoprire un pochino di più sul perché effettivo dei turbamenti interiori di Lovecraft che lo hanno portato a soggiornare presso il dottor Watson. Ai testi, Edoardo Rohl, ai disegni Michele De Sanctis. Ma di questo si parlerà più diffusamente la prossima volta.

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