Arrival: la recensione

È “arrivato” nelle sale Arrival, se mi concedete il gioco di parole, film di fantascienza che sta macinando apprezzamenti in tutto il mondo (9 nomination ai Bafta, 2 nomination ai Golden Globe…).

Sinossi

Il film si apre con la morte di una ragazza adolescente a causa di un male incurabile e la disperazione di sua madre Louise Banks, protagonista del film. Salto temporale e sulla Terra atterrano dodici enormi astronavi monolitiche, distribuite in varie parti del pianeta. Si scoprirà che le navi sono abitate da alieni “eptapodi” e ogni Nazione interessata dagli “arrivi” (USA, Russia, Cina, Australia…) inizia a tentare di trovare un modo per comunicare loro. Per rispondere alle domande “Da dove venite?” e “Quale è il vostro scopo sulla Terra”, l’esercito degli Stati Uniti ingaggia proprio Louise, che scopriamo essere una linguista di talento, e il fisico teorico Ian Donnelly.

Commento

La fantascienza deve sempre, per essere tale, bilanciare a dovere l’aspetto “fanta” e l’aspetto “scienza”. In questo caso la scienza è la “comunicazione” ed è davvero interessante il percorso che intraprende Louise per comunicare con questi strani esseri “eptapodi”, un percorso di gesti, scritte, suoni, emozioni. Ci troviamo di fronte ad un approccio molto particolare, che a prima vista potrebbe ricordare Incontri ravvicinati del terzo tipo o Contact, ma prende poi una strada totalmente diversa, senza puntare sulla tensione o la spettacolarità. È, anzi, un film intimista e doloroso, anche perché la vicenda della possibile invasione aliena si mischia con i ricordi della protagonista dei momenti felici con sua figlia, prima che la malattia la portasse via.

Ed è questo alternarsi di registri, che per buona parte del film lascia lo spettatore un po’ confuso, il punto di forza del film. Questo e il soggetto, tratto dal racconto Storia della tua vita di Ted Chiang (che potete leggere all’interno dell’antologia Storie della tua vita). L’adattamento, apprezzato dallo stesso Ted Chiang, è ad opera di Eric Heisserer, sceneggiatore classe 1970 che fino ad ora, tolto Hours, da lui anche diretto, si era confrontato solo con sequels (Final Destination 5) o remake (Nightmare, La cosa). Dietro la macchina da presa troviamo un regista canadese di grande talento, Denis Villeneuve, autore di film quali La donna che canta, Prisoners, Sicario e che a breve troveremo nuovamente impegnato con la fantascienza dato che il suo Blade Runner 2049 è attualmente in fase di post produzione. Buono il lavoro anche del direttore della fotografia Bradford Young (Selma – La strada per la libertà, La grande partita) che ha dato al tutto un tocco di fantascienza sporca e malinconia. Non male e perfettamente azzeccata con il tenore del film la colonna sonora di Jóhann Jóhannsson, che non per niente aveva già collaborato con il regista in diverse occasioni (Sicario, Prisoners).

Non mi ha convinto pienamente il casting. Premesso che amo molto Amy Adams (American Hustle – L’apparenza inganna, L’uomo d’acciaio, Come d’incanto), non si può certo dire che questo sia stato uno dei suoi film migliori. Forse erano troppe le emozione che doveva veicolare contemporaneamente: paura, eccitazione, pragmatismo, amore, dolore, confusione, stanchezza. Tutte e contemporaneamente. Sicuramente non facile. Per quanto riguarda Jeremy Renner, siamo talmente abituati ormai a vederlo come un “duro”, ovvero l’Occhio di Falco degli Avengers, il William Brandt di Mission: Impossible – Rogue Nation, l’Aaron Cross di The Bourne Legacy, che vederlo qui nei panni di un impacciato fisico teorico un po’ impacciato fisico teorico stona un po’. Forse gli si sarebbe potuto dare una personalità un po’ più marcata, alla Ian Malcolm di Jurassic Park. Fatto sta, che rimane in ombra per quasi tutto il film. Convincente invece Forest Whitaker nei panni del Colonnello Weber.

Arrival

Plagio?

Mi sarei aspettato quanto meno una citazione dei Manetti Bros. nei titoli di coda del film. Sì, perché, se non ci aveste fatto caso, Arrival è quasi un remake di L’arrivo di Wang. Già dal titolo uno potrebbe immaginarlo, leggendo la sinossi scatterebbero dei sospetti più marcati (la protagonista passa il film in una stanza con un alieno provvisto di tentacoli per fare da interprete ai servizi segreti e scoprire il suo scopo sulla terra). Se pensiamo, poi, che la stessa casa di produttrice di Arrival, l’anno prima di annunciare il film aveva intrattenuto trattative, poi abortite, con i Manetti Bros. per realizzare un remake di L’arrivo di Wang… non aggiungo altro.

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