Lovecraft Anthology volume 1: una recensione

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Nata nell’ambito della produzione americana indipendente, e pertanto non perfettamente allineata con l’uso più frequente e abbondante dell’editoria dei comics statunitensi, vale a dire l’inserimento dei comics negli universi fumettistici maggiori (Marvel e Dc in primissima battuta) questa Lovecraft Anthology volume 1, uscita in USA per l’etichetta Selfmadehero e recentemente edita in Italia per i tipi della Magic Press ha costituito una piacevole sorpresa e novità.

Nonostante una certa sfiducia iniziale di fondo, lo confesso, la raccolta ha manifestato oltre a diversi inevitabili (forse) difetti, anche alcuni pregi di una certa levatura.

Ma che cos’è Lovecraft Anthology? Presto detto: si tratta di un florilegio di alcuni fra i più famosi racconti dell’autore, adattati per il medium fumettistico da interessanti cartoonist (scelti non proprio nella cerchia del gruppo dei più mainstream) ed accomunati – questo lo si percepisce – dalla volontà di omaggiare e al contempo replicare con differenti modalità espressive la narrativa di Howard Phillips Lovecraft. Gli esiti sono più o meno felici, di livello anche altalenante in un certo senso, sia a livello scrittorio nella realizzazione dei soggetti e delle sceneggiature, sia per quello che riguarda la componente grafica. Purtuttavia, il risultato finale non manca mai di suscitare motivo di interesse e non scade mai nel vieto, nel trito, nell’usuale. E si tratta senza dubbio di un grande obiettivo raggiunto.
Per tale motivo pare opportuno esaminare ciascun racconto caso per caso spendendo un breve giudizio per ogni adattamento senza con questo esprimere troppe anticipazioni.

L’antologia si apre con Il richiamo di Cthulhu per i testi di Ian Edgington e i disegni di D’Israeli. Quest’ultimo è forse l’autore più noto del libro dal punto di vista grafico e – aiutato da una sceneggiatura precisa e puntuale che è in grado di riportare abbastanza bene in un fumetto pensato sostanzialmente per essere breve tutti i momenti salienti di quello che è sicuramente il racconto cardine della produzione letteraria lovecraftiana – regala una prova eccellente al tavolo da disegno, ove il suo stile preciso e pulito si associa a importanti colori pastello che nonostante tutto riescono a ben adattarsi alla vicenda orrorifica. Potente in particolare la rappresentazione del momento culminante del racconto ambientato nella cittadella emersa di R’lyeh e la raffigurazione del protagonista assoluto dell’orrore, vale a dire il Grande Cthulhu. Peccato solo per una conclusione un po’ troppo frettolosa che in due vignette striminzite pare dare l’impressione di lasciare eccessivamente in sospeso l’accaduto, nonostante la fedeltà in sé e per sé alle letterali parole conclusive del testo (pur scorciate di un bel pezzo).

Successivamente si passa a un altro classico: L’abitatore del buio per l’adattamento di Dan Lockwood e i disegni di Shane Ivan Oakley. Anche in questo breve raccontino di una decina di pagine l’effetto è altamente interessante, soprattutto dal punto di vista disegnativo. La scelta percorsa è l’adozione di uno stile estremamente spigoloso ed essenziale, angoloso e a tratti anche (volutamente) confuso nel suo essere geometrico. L’effetto del disegno è potenziato dalla scelta del colore: unicamente virato sui registri che vanno dal bianco al giallino, dal beige al seppia, con ovvie presenze di campiture nere per le ombre e le zone oscure del racconto (mai così importanti come in questo), l’unica nota coloristicamente estranea si ha soltanto, a giusto titolo, in alcune vignette ove fiorisce lo scarlatto (per conferire particolare drammaticità e sense of weird alla scena) o l’azzurrino (scelto per le rappresentazioni particolarmente arcane o aliene della vicenda). L’adattamento è nel complesso buono, anche se pure qui la brevità dello spazio concesso produce un’inevitabile frettolosità nello svolgersi della narrazione rispetto al ritmo dell’originale.

L’esito migliore del libro è però probabilmente nel suo complesso L’orrore di Dunwich, per i testi di Rob Davis, che risultano chiarire sostanzialmente bene la complessa vicenda, e per i disegni di I.N.J. Culbard, autore anche in separata sede di un pregevolissimo adattamento de Le montagne della follia. Quello che è senza dubbio uno dei racconti maggiori di HPL si dipana molto bene in circa una ventina di pagine ove i punti principali della trama sono esposti senza travisarli e dove l’estro grafico di Culbard (per quanto un pochino meno raffinato che nell’altra opera menzionata) raggiunge esiti notevoli tramite una linea chiara decisamente venata di note cupe e grottesche, tanto che le scene più aliene del racconto sono anche quelle che difficilmente si dimenticheranno tramite la versione datane dal disegnatore (in particolare sfido a non provare un brividino di ammirazione davanti a una doppia splash page ove scoprirete una mirabile sintesi di tradizione iconografica lovecraftiana e di originalità compositiva e nell’ideazione).

Vira profondamente sul grottesco, invece, la versione de Il colore venuto dallo spazio firmata da Mark Stafford. I disegni sono contorti, fortemente venati di espressionismo. I lineamenti e i corpi si disfacciono e – considerato che di colore tratta il tema del racconto – anche la colorazione si adatta, facendo peraltro uso di tinte malsane, afferenti al verde marcio, al marrone, al viola, e a sfumature consimili. E ovviamente non mancano gli effetti digitalizzati al computer per rendere in qualche modo il tono alieno del “colore venuto dallo spazio”. Sul piano dell’adattamento di David Hine invece il racconto zoppica parecchio poiché rispetto all’originale si sentono mancare diversi tasselli che avrebbero dovuto rendere il testo più fruibile e comprensibile. Soprattutto, ed è un difetto narrativo decisamente molto grave, mancano quasi del tutto i riferimenti all’elemento lovecraftiano della “cosa che vive nel pozzo” e ancora di più si riflette pochissimo sulla componente particolare e bizzarra della creatura aliena, percepibile solamente a livello cromatico come un colore altrimenti assente sulla terra. Tale componente compare soltanto in un paio di vignette alla fine, ove è indispensabile, ma in tal modo si depotenzia totalmente la narrazione, sviandola per più dei tre quarti da quella che avrebbe dovuto essere la sua direzione corretta, sia a livello diegetico che a livello contenutistico e filosofico.

Avvicinandosi verso la fine dell’antologia arriviamo a un altro dei capolavori lovecraftiani: La maschera di Innsmouth. Qui il registro che predomina è essenzialmente quello di un disegno fortemente realistico per mano di Leigh Gallagher. Con uno stile in parte debitore di alcuni dei grandi maestri dell’orrore e del fantastico americani (penso ad esempio a John Severin e a Sandy Plunkett, tanto per citare un paio di influenze) l’autore ci porta per mano nella tenebrosa e decadente Innsmouth, caratterizzata come si diceva da uno stile grafico un po’ retrò, ricreata efficacemente per il fumetto dalle parole di Leah Moore e John Reppion. Un adattamento nel complesso discreto, ma che ancora una volta soffre fortemente della volontà di comprimere uno dei testi più lunghi usciti dalla penna (anzi dalla matita) di HPL in una mera ventina di pagine. E a differenza di altri racconti presenti nell’antologia, in questo caso il processo risulta piuttosto faticoso.

Segue I topi nel muro di Dan Lockwood (testi) e David Hartman (disegni). Che dire? Uno dei miei racconti preferiti, trattato piuttosto male. Forse dal punto di vista testuale l’adattamento più lacunoso e maldestro dell’intera antologia, ove la maggior parte del fascino oscuro e maligno dell’originale risulta perduto. Peccato perché i disegni pervasi giustamente di onirismo e anti-realismo, visionari e allucinati, cartoon e nel contempo permeati da un certo afflato gotico tradizionale nella definizione degli ambienti architettonici e naturalistici tanto importanti nel racconto avrebbero meritato un sottofondo testuale molto superiore sul quale essere applicati, in modo da poter rendere al massimo della loro potenzialità.

Chiude il volume l’adattamento di Dagon, per i testi sempre di Dan Lockwood e i disegni della talentuosa illustratrice Alice Dukes. Disegni realistici ed estremamente pittorici, efficaci ed affascinanti nei loro bellissimi colori. E per una volta la brevità del riferimento originale consente di non fare appunti alla resa finale dei testi, che risultano pertanto pienamente adeguati e confacenti alla tematica  lovecraftiana.

Da quanto detto, quindi, credo si possano facilmente trarre due parole di conclusione e di consuntivo.

Il libro risulta nel suo complesso invitante e pienamente affascinante. L’utilizzo da parte dei disegnatori di differenti stili grafici e coloristici è lodevole ed è senza dubbio il punto di forza della raccolta. Nondimeno, tale pregio risulta troppo spesso contratto da un limite di pagine entro il quale gli adattamenti – e quindi gli scrittori – hanno voluto/dovuto (non si sa se per scelta loro o editoriale) comprimere testi anche molto lunghi. Da qui l’oggettiva difficoltà di alcuni racconti o, nel migliore dei casi, quel senso di riassunto e di sospeso del quale si è già detto precedentemente. Un vero peccato, secondo me, poiché quando si hanno tali carte positive in mano e tali frecce al proprio arco è fortemente negativo evitare di dare al fumetto il proprio respiro narrativo naturale. O, in altre parole, è come scegliere consapevolmente di centellinare una goccia sola di prezioso liquore lasciando il resto sigillato ermeticamente ed intoccabile.
Almeno per questa volta, o fino a quando qualcun altro non si deciderà a stappare nuovamente la bottiglia per nuove e più abbondanti libagioni.

E speriamo dunque che il successo arrida prepotentemente al volume uno, affinché con il due si possa più pienamente realizzare la metafora.

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