
Si è conclusa con la vittoria di Sal Da Vinci la 76ª edizione del Festival di Sanremo. Ma che Festival è stato, nel suo complesso? Proviamo a tirare le somme.
La conduzione
Dopo i quattro anni totalmente sopra le righe di Amadeus, nei quali è successo davvero di tutto, il biennio di Carlo Conti è stato caratterizzato da maggiore sobrietà, ospiti meno divisivi e soprattutto un rispetto dei tempi finalmente apprezzabile (sì, anche da chi il giorno dopo deve alzarsi presto).
Questa seconda edizione, però, è sembrata complessivamente più sottotono rispetto alla precedente. Un po’ per una selezione di cantanti e brani meno incisiva – quest’anno di veri “capolavori” non ne abbiamo ascoltati – un po’ per una co-conduzione, quella di Laura Pausini, che pur professionale e impeccabile non ha aggiunto molto in termini di brillantezza o imprevedibilità.
Ora lo sguardo va al futuro. Toccherà a Stefano De Martino raccogliere l’eredità come prossimo conduttore e direttore artistico. Curiosità anagrafica: De Martino condurrà a 37 anni. Per trovare un presentatore più giovane bisogna tornare al 1999, quando Fabio Fazio salì sul palco dell’Ariston a 34 anni.
Vedremo quale linea artistica sceglierà: più popolare? Più sperimentale? Più generazionale? È qui che si giocherà la vera partita.

I co-conduttori
Sul palco dell’Ariston si sono alternati: Can Yaman nella prima serata; il trio Pilar Fogliati, Achille Lauro e Lillo nella seconda; Irina Shayk e Ubaldo Pantani nella terza; Bianca Balti e Alessandro Siani nella quarta; Giorgia Cardinaletti e Nino Frassica nella finale.
Tutti professionali, nessuna sbavatura evidente. Ma anche nessun momento davvero iconico.
La parte comica è stata affidata a Lillo, Pantani, Siani e Frassica (forse Siani il meno brillante dei quattro), mentre gli altri hanno portato eleganza, presenza scenica e mestiere.
Un’edizione ordinata, ben confezionata, ma priva di quei picchi – nel bene o nel male – che trasformano un Festival in qualcosa di memorabile.


I cantanti e le canzoni
Su trenta brani in gara è inevitabile che ci siano pezzi più riusciti e altri meno. E non è detto che ciò che piace a me debba piacere a te: spesso è solo questione di gusti e di generi.
La sensazione, però, è che il livello medio sia stato leggermente più basso rispetto alle ultime edizioni. Di canzoni valide ce ne sono – Qui con me di Serena Brancale, Magica favola di Arisa, Tu mi piaci tanto di Sayf, Opera di Patty Pravo, Stupida sfortuna di Fulminacci, La felicità e basta di Maria Antonietta e Colombre – ma manca quel pezzo che ti fa saltare sulla sedia, quello che capisci subito diventerà un evergreen.
E viene spontaneo chiedersi: riuscirà De Martino a portare in gara quei BIG che quest’anno abbiamo visto solo come ospiti? Penso a Max Pezzali, Tiziano Ferro, Eros Ramazzotti, Andrea Bocelli o alla stessa Laura Pausini. Un’iniezione di peso specifico in mezzo a un parterre di tanti giovanissimi che spesso sembrano più da “Nuove Proposte” che da categoria Big, tra figli d’arte, vincitori di talent e fenomeni virali nati su TikTok.

La classifica
Negli ultimi anni abbiamo assistito a classifiche spesso poco coerenti con la percezione generale della qualità. Il sistema di voto continua a generare risultati discutibili.
Basti pensare al 2025: Giorgia con La cura per me chiude solo sesta nonostante una presenza dominante per tutta la settimana (prima per Sala Stampa e Radio), mentre Olly vince con Balorda Nostalgia senza essere primo in nessuna delle tre categorie di voto. Un meccanismo che permette a un brano non leader in alcuna graduatoria di trionfare, mentre chi ne domina due può restare fuori dal podio. Una distorsione evidente.
Quest’anno, invece, nello spareggio finale a cinque, Sal Da Vinci è risultato meno votato al televoto rispetto a Tu mi piaci tanto di Sayf. Segno che la vittoria non è arrivata solo dai voti “da casa”, ma probabilmente da punteggi solidi tra Radio e Sala Stampa. E questo è un dato interessante, considerando che nella prima serata i più votati dai giornalisti erano stati Arisa, Fulminacci, Serena Brancale, Ditonellapiaga, Fedez & Masini.
Per sempre sì non sarà una pietra miliare della musica italiana, ma è orecchiabile, sanremese nel senso più classico del termine, con quella giusta dose di kitsch (accussì!) che la rende memorabile. Una vittoria in fondo prevedibile – l’avevo inserita tra i favoriti fin dal primo ascolto – anche grazie alla tradizionale compattezza del voto partenopeo quando in gara c’è un beniamino di Napoli.

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