
Il caso Belle Steiner è un giallo francese diretto da Benoît Jacquot, tratto dal romanzo La morte di Belle di Georges Simenon: un thriller che mescola tensione psicologica e ambiguità morale, una storia che riflette sul giudizio sociale e sulle fragilità delle vite ordinarie.
Trama
Pierre e Cléa sono una tipica coppia sulla quarantina con una vita tranquilla in un piccolo paese della provincia francese. Lui è professore di matematica, lei è ottica, e con loro sta vivendo temporanemente anche Belle, la figlia adolescente di un’amica di famiglia. Il loro equilibrio casalingo va in frantumi quando, una mattina, Belle viene trovata morta, strangolata, nella loro abitazione. Senza prove concrete, Pierre, l’ultima persona a vederla viva, diventa il principale sospettato. La polizia brancola nel buio, ma il mondo attorno a Pierre comincia a sgretolarsi.

Regia e sceneggiatura
Il caso Belle Steiner è tratto dal romanzo La morte di Belle di Georges Simenon (compra qui), una storia che era già stata portata sul grande schermo nel 1961 con il film Chi ha ucciso Bella Shermann? di Édouard Molinaro (compra qui). La versione 2025, diretta e sceneggiata da Benoît Jacquot, porta le tipiche sfumature autoriali del regista, noto per opere come Addio mia regina, Eva e L’École de la chair.
Diversamente da molti thriller che si concentrano solo sulla ricerca del colpevole, qui non è tanto la soluzione del caso a emergere, quanto una riflessione sull’ambiguità morale, sul giudizio sociale e sul potere distruttivo del sospetto. Tuttavia, parlare di quest’opera senza considerare il contesto extra-cinematografico è impossibile.
Jacquot è stato accusato da quattro attrici di molestie sessuali e violenze, incluse relazioni con minorenni. Questo rende la visione del film un’esperienza strana e disturbante, considerando che ruota attorno alla figura di un uomo accusato, forse ingiustamente, di un crimine terribile. Il parallelismo tra la persona reale e il personaggio di Pierre sembra quasi inevitabile. Per questo motivo, l’attore Guillaume Canet si è pubblicamente distanziato dal film, rifiutando di promuoverlo. Inoltre, la produzione ha inserito una didascalia finale prendendo condannando qualsiasi forma di violenza e abuso.

La regia e il coinvolgimento dello spettatore
La regia di Benoît Jacquot è realistica, lenta e disturbante. Usa inquadrature prolungate e sguardi stretti su dettagli apparentemente insignificanti, creando una tensione continua e spingendo lo spettatore a restare incollato alla vicenda. La scelta di Jacquot di lasciare ampio spazio alla musica diegetica (quella presente all’interno dell’azione scenica) immerge ancora di più nella psicologia dei personaggi, aumentando il coinvolgimento.
Tuttavia, uno dei punti di forza del film è l’ambiguità morale. Sebbene la storia sia raccontata dal punto di vista di Pierre, che ci dovrebbe rendere “sicuri” della sua innocenza, il suo comportamento freddo, distaccato e privo di empatia non ci permette di fidarci di lui completamente. Anche se non è detto che sia colpevole, non riusciamo neppure ad assolverlo.
Il film ci costringe a riflettere su cosa significhi scavare nelle vite delle persone: Pierre viene giudicato per cose che non sono un crimine – come spiare la vicina di casa – ma che certamente lo dipingono sotto una luce inquietante. Ma tutto questo basta a fare di un uomo un assassino?

Temi e riferimenti: l’umanità in bilico
Guardando Il caso Belle Steiner, è quasi impossibile non pensarci: il film evoca molto da vicino Anatomia di una caduta (compra qui), il thriller di Justine Triet che affrontava un argomento analogo. Anche qui, non è tanto la domanda “Chi ha ucciso Belle?” a prevalere, quanto l’analisi di cosa accade alla reputazione, alla vita personale e ai rapporti umani di un sospettato. Pierre, come tanti sospettati, ne esce distrutto, anche senza una condanna. Socialmente, il verdetto sembra già scritto ben prima della fine delle indagini.
Colpisce una frase della madre di Belle, quando i media rivelano dettagli scandalistici della vita della ragazza: “È colpa di mia figlia se è stata strangolata”, dice la donna, esasperata nel notare come ogni particolare del passato della figlia venga usato contro di lei, trasformando la vittima in una sorta di “complice morale”.

Gli attori al servizio della storia
Se il film funziona, il merito va anche alla forte performance del cast. Guillaume Canet (Non dirlo a nessuno, Semplicemente insieme) tratteggia un Pierre enigmatico e impenetrabile. Confuso e distaccato al punto giusto, Canet lascia allo spettatore il compito di capire chi sia veramente Pierre. Non ci sono facili indizi o dichiarazioni: il personaggio è fatto di vuoti, silenzi e una compostezza che risulta al contempo rassicurante e inquietante.
Charlotte Gainsbourg, dal canto suo, dà vita a una Cléa altrettanto affascinante: la moglie che rimane accanto al marito nonostante il caos e il dolore, con una stanchezza emotiva profondamente radicata. Un ritratto che riflette allo stesso tempo amore, delusione e resilienza.

Conclusione
Il caso Belle Steiner non è un film per tutti. Con un ritmo lento, una regia minimalista e un finale ambiguo, potrebbe lasciare insoddisfatti coloro che cercano il classico thriller a enigma. Ma per chi apprezza il cinema che scava nelle pieghe della psiche umana e nelle fragilità del sistema giudiziario e sociale, questa storia rappresenta uno spunto di profonda riflessione.
Profondamente controverso e, al contempo, tecnicamente raffinato. Da vedere, se si riesce a separare il regista dall’opera – ma mai senza perdere di vista la complessità morale che questa scelta implica.