Sangue misto: un horror ad episodi ideato da Davide Scovazzo

Pochi film hanno rappresentato la multi-etnicità nell’Italia odierna quanto Sangue Misto, pellicola horror ad episodi ideata dal regista underground Davide Scovazzo. 7 episodi girati in 7 città italiane da 7 registi indipendenti e con protagonisti personaggi di 7 gruppi etnici diversi. Per il resto… nessuna regola: ogni regista era libero di affrontare il tema come meglio credeva, spaziando dallo splatter alla ghost story.

Grandma’s remedy

L’episodio di apertura porta la firma di Isabella Noseda ed è ambientato a Torino.

La protagonista è una bimba africana data in affido ad una coppia italiana dopo la morte della nonna. Vittima di violenze fisiche da parte dei nuovi genitori, si vendicherà / difenderà utilizzando il vudù.

Grandma’s remedy è uno degli episodi migliori di Sangue Misto, sia come idea che come realizzazione. In particolare spicca l’ottima prova di Sidy Diop, attore di origine senegalese che ha lavorato con Carlo Vanzina, Leonardo Pieraccioni e nella serie TV Gomorra, e che qui interpreta ottimamente una sorta di Baron Samedi (divinità vudù).

La scena epica: la bimba che scavalca le sue vittime per andare a mangiare i corn flakes.

Sakrifice

Il secondo episodio è firmato da Raffaele Picchio, regista di Morituris (2011) e The Blind King (2016).

Ambientato a Roma, vede come protagonista una ragazza albanese. Malata terminale, decide di vendere la sua vita per essere filmata in uno snuff movie così da garantire, grazie al lauto ingaggio, un futuro a sua figlia.

Tra tutti e sette, questo è sicuramente l’episodio più duro e disturbante. L’argomento è, casualmente (i registi hanno sviluppato i temi in maniera indipendente l’uno dall’altro), molto simile a quello del corto di Scovazzo, ma se la pellicola del regista genovese è stemperata da toni grotteschi, quella romana è totalmente spietata. Picchio ci racconta un mondo squallido, dove criminali senza scrupoli si approfittano di ragazze disperate. La fotografia è sporca e tutto il cast di ottimo livello, in particolare Désirée Giorgetti (Ritual – Una storia psicomagica, Morituris, German Angst, Apocalisse Zero: Anger of the Dead…) nel ruolo protagonista.

La scena epica: il finale, di cui non vi dirò nulla, è un ulteriore pugno nello stomaco e, probabilmente, la scena migliore di tutto Sangue Misto.

Mochi – L’ultimo giorno di una cicala giapponese

Un direttore d’orchestra della Scala di Milano è sulle tracce di un soprano ascoltato su una registrazione fattagli pervenire da un talent scout. Volendo mettere sotto contratto la ragazza misteriosa, si reca ad un sushi restaurant milanese di proprietà, pare, dei parenti della cantante sconosciuta. Qui, però, troverà non solo il bel canto, ma anche mostri e violenze.

L’episodio di Paolo Del Fiol è quello più complicato e fa riferimento alla visione delle cicale nella cultura giapponese: insetti dal canto incessante, vivono poco più del tempo necessario per riprodursi. La cicale è, perciò, simbolo della caducità delle cose e del ciclo nella natura. Del Fiol prende questi aspetti e li inserisce nel proprio film, realizzando una sorta di mostro-cicala che ricorda i Seminingen della serie tv giapponese Ultraman. Se lo spunto è affascinante, dal punto di vista realizzativo Mochi (dal nome di un dolce nipponico che può portare alla morte per soffocamento se non masticato adeguatamente) è uno degli episodi più deboli. La narrazione e il montaggio sono confusi, la regia imprecisa e i limiti tecnici, soprattutto per quanto riguarda l’audio, sono troppo evidenti. Così come è approssimativo avere nel cast una brava attrice come Francesca Fiume (che ha lavorato con Carlo Verdone in Sotto una buona stella e L’abbiamo fatta grossa) ed utilizzarla per interpretare una giapponese di Milano senza correggerle il pesante accento romano. Di contro, è davvero ben fatto e di ottimo livello il make-up sia del mostro che delle vittime.

La scena epica: l’occhio mangiato dal mostro.

Rigorosamente dissanguati da vivi

A metà pellicola troviamo, finalmente, il corto dell’ideatore del progetto Davide Scovazzo.

Ambientato dei vicoli di Genova, i gestori arabi di un ristorante di kebab, tramite dei complici che seducono potenziali vittime per portarle nel loro appartamento, realizzano spaventosi snuff movie stuprando, torturando e uccidendo i malcapitati a favore di videocamera.

Come già detto, il tema di Rigorosamente dissanguati da vivi è lo stesso identico di Sakrifice, con la sola differenza che nel film di Scovazzo le vittime sono rapite, mentre in quello di Picchio si offrono volontariamente. Il tema, la fisionomia di certi personaggi (la vittima è una ragazza molto magra, gli aguzzini trasandati, una ragazza complice molto bella che assiste per divertimento…), la telefonata finale…: a causa di così tante similitudini è inevitabile confrontare di due episodi. Se molti aspetti sono davvero simili, non lo è, però, l’effetto che i due lavori hanno sul pubblico. L’episodio romano cerca di mostrare un mondo sommerso in maniera realistica, quasi documentistica, trasmettendo nel pubblico un sentimento di pena e compassione verso queste persone disperate. Il corto di Scovazzo, invece, cerca un approccio più scanzonatorio e grottesco, in linea con i suoi film precedenti. Se Sakrifice è doloroso dall’inizio alla fine, l’episodio genovese è un continuo saltellare tra black humortorture porn risultando così l’episodio più brillante del film e l’unico dove si passi dal ridere al coprirsi gli occhi senza soluzione di continuità. Del cast vanno sottolineate le prove di Iulia Laura Cifra nella parte della prima vittima e di Enrico Luly, attore feticcio di Scovazzo in Pink Film, Bla bla bla bla, Pink Forever e Durante la morte, qui perfetto nei panni del kebabbaro feticista addetto alle riprese: la sua risata folle è una delle cose più inquietanti del corto.

La scena epica: lo spendido cameo come vittima di Stefano Righi alias Johnson Righeira (ricordate Vamos a la playa?) nei panni di sé stesso. Mitico!

Gu

Siamo a Pistoia e tre criminali devono racimolare in poche ore una grossa quantità di denaro per pagare un debito di droga. Organizzano così una rapina in gioielleria e nella loro fuga viene coinvolta famiglia composta composta padre (italiano), moglie (cinese) e bimba. L’uomo viene ferito ma si salva, la donna e la bimba vengono, invece, uccise senza pietà. Il suocero dell’uomo farà ricorso ad una potente magia per evocare gli spiriti per vendicare figlia e nipotina.

Se avevamo trovato similitudini tra gli episodi di Picchio e Scovazzo, alcune similitudini ci sono anche tra questo episodio firmato Lorenzo Lepori e gli episodi di Isabella Noseda e di Paolo Del Fiol. Con il primo condivide il tema della vendetta tramite antiche formule magiche, anche se nell’episodio della Noseda la bimba si trasforma in aguzzina per liberarsi e trovare pace mentre in Gu la vendetta è fine a sé stessa e chi la compie è disposto a sacrificare la propria vita e la propria anima al solo scopo di punire. Con l’episodio di Del Fiol condivide invece il tema del razzismo da parte delle comunità asiatiche verso gli italiani. La peculiarità di Gu rispetto a tutti gli altri episodi di Sangue Misto è che è l’unico episodio dove italiani e immigrati vengono a trovarsi dalla stessa parte nello stesso momento (suocero e genero condividono sia il dramma che la vendetta), mentre negli altri episodi le due realtà sono sempre su schieramenti opposti. Gu soffre però, come Mochi, di evidenti limiti tecnici, soprattutto per quanto riguarda l’audio e di contro, ancora come Mochi, presenta buoni effetti di make-up; non male anche le scene iniziali che omaggiano un certo cinema poliziottesco anni ’70.

La scena epica: il dialogo tra il protagonista e lo spirito del suocero.

MP3

A Ferrara, un tossicodipendente sotto l’effetto di eroina investe e uccide un ragazzo indiano. Anziché chiamare i soccorsi approfittandosi dell’assenza di testimoni, ruba al ragazzo un lettore mp3 e scappa via senza mostrare alcun rimorso. Tramite la musica, il fantasma del ragazzo tornerà a perseguitare il suo assassino.

L’episodio di Edo Tagliavini è sicuramente il più semplice, sia come storia che come realizzazione. Il corto di per sé è fatto bene: ben diretto, recitato discretamente, buone musiche. Anche l’idea della ghost story con le apparizioni dello spirito funziona, ma la sensazione è che manchi qualcosa. Se gli episodi tecnicamente peggiori, dimostravano quanto meno un “provare” a fare qualcosa in più, questo episodio spreca la potenzialità dell’incipit e lascia la sensazione di essere un compitino svolto svogliatamente e in fretta (anche la fotografia è poco curata). Edo Tagliavini è uno dei registi più esperti di Sangue Misto e quindi era normale aspettarsi di più.

La scena epica: l’apparizione del fantasma nella vetrina.

Veneranda

In Versilia un trio di ragazzi sta festeggiando l’addio al celibato di uno di loro. Ancora ubriachi e su di giri, decidono di chiudere la notte brava con il classico “puttan tour”. Il promesso sposo sceglierà un transessuale brasiliano e mai scelta si rivelerà più infelice: Veneranda è infatti un vampiro!

L’episodio conclusivo è affidato a Chiara Natalini così che, curiosamente, le due registe donne si trovino ad aprire e chiudere la pellicola. Veneranda è sicuramente uno degli episodi minori, ma tutto sommato funziona. Il limite maggiore dell’episodio è la gestione luci e una fotografia troppo ballerina tra una scena e l’altra. Così come si sente la mancanza di una qualche spiegazione che crei, per lo meno, una relazione tra il mostro e la sua etnia. Il personaggio di Veneranda è, ad ogni modo, molto affascinante e lo spirito goliardico dei tre ragazzi rende il corto apprezzabile.

La scena epica: quando il vampiro si rivela per quello che è.

Commento conclusivo

L’idea di Davide Scovazzo è molto interessante: ambientare varie storie horror diverse l’una all’altra in varie parti d’Italia (peccato manchi il Meridione) utilizzando tutte le principali minoranze presenti sul nostro territorio (sono rappresentati Est Europa, Africa, Sud America e Asia, sia Medio che Estremo Oriente). Altro aspetto convincente è il non dare una lettura univoca con gli italiani “cattivi” e gli immigrati “buoni” o viceversa: in tre episodi (Mochi, Rigorosamente dissanguati da vivi e Veneranda) sono gli italiani le vittime e gli stranieri gli assassini; in MP3 avviene il contrario; in Grandma’s remedy e Gu gli italiani e gli immigrati si scambiano di ruolo passando da vittime a carnefici e viceversa; caso a parte Sakrifice dove la vicenda gore avviene tutta tra immigrati senza “mischiarsi” con gli italiani.

Il film, rispetto ad altri film ad episodi, ha quindi un filo conduttore che fa sì che le varie parti siano una sorta di “variazione sul tema”. Questa è un’ottima idea, ma risente di una “supervisione” troppo blanda. Questo ha portato i registi, probabilmente, ad avere una maggiore libertà creativa, ma con un maggior controllo sulle sceneggiature dei vari episodi, si sarebbe potuto realizzare un’opera più coesa. Ad esempio si sarebbe notato che Sakrifice si interroga poco sulla convivenza tra stranieri e italiani (tema principale del progetto), ci si sarebbe accorti della troppa similitudine tra l’episodio di Scovazzo e quello di Picchio, si sarebbe data maggiore forza alla peculiarità geografica di alcuni luoghi (se Genova e Milano sono protagoniste nei rispettivi corti, ad esempio Veneranda potrebbe essere ambientato ovunque in Italia). Manca un episodio dove due diverse minoranze etniche “combattano” l’una contro l’altra: con una supervisione più stretta questo aspetto si sarebbe potuto inserire facilmente in Gu (se ad esempio la banda di rapinatori fosse stata rumena o algerina) o in Sakrifice (se la vittima anziché albanese fosse stata ad esempio nigeriana).

Anche se alcuni di questi corti potrebbero vivere di vita propria a prescindere dal progetto (Rigorosamente dissanguati da vivi probabilmente è quello che regge meglio anche da solo), Scovazzo è comunque riuscito a rendere Sangue Misto un film unitario e non un semplice contenitore di corti slegati l’uno all’altro. In quasi tutti gli episodi viene mostrata la parte più nascosta delle nostre città, quella dei tossici, degli ubriachi, dei criminali, delle prostitute. Un degrado nel quale italiani e stranieri sono uguali. Nonostante (o “grazie a”)  l’eterogeneità delle storie che lo compongono, Sangue Misto ha una propria personalità e la frammentazione non fa altro che rappresentare la spaccatura che regna tra le varie comunità etniche nelle varie zone d’Italia, ciascuna che tiene viva la propria lingua e le proprie tradizioni, spesso senza contatti con gli italiani e, quasi sempre, senza contatti con le altre minoranze.

L’unico grande limite, non tanto di Sangue Misto quanto di tutti i progetti analoghi, è la troppa disparità di mezzi tra un episodio e l’altro. La visione è un continuo “su e giù” tra prodotti professionali e altri poco più amatoriali. Non essendoci dietro una produzione che mettesse tutti i registi in condizioni di lavorare con gli stessi mezzi, era inevitabile che ogni corto avesse un budget differente. Scovazzo è bravo, però, a fare buon viso a cattivo gioco e a ordinare gli episodi nella sequenza che faccia meno pesare la disparità qualitativa di un episodio e l’altro. Comunque il bilancio definitivo è buono e sarebbe bello che il progetto si ampli con un secondo capitolo nel quale andare ad affrontare nuove regioni e nuove minoranze etniche.

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