
In questi giorni è arrivato in sala Il mago del Cremlino – Le origini di Putin, produzione francese che racconta l’ascesa politica del presidente russo attraverso lo sguardo di un suo collaboratore immaginario. Un film ambizioso, verboso e profondamente politico. Ma funziona davvero?
Sinossi
Vadim Baranov è un ex stratega del Cremlino che ha scelto il ritiro dalla scena pubblica. Accetta di raccontare la propria storia a un giornalista occidentale — interpretato da Jeffrey Wright — e, attraverso un lungo flashback, ripercorre la sua parabola: da produttore televisivo nella Russia post-sovietica a braccio destro dell’oligarca Boris Berezovskij, fino a diventare lo spin doctor del nuovo uomo forte del Paese, Vladimir Putin.
Il film si struttura interamente su questo racconto retrospettivo, trasformando l’ascesa dello “zar” in una riflessione sul potere come costruzione narrativa.

L’origine del progetto
La pellicola è l’adattamento del romanzo Il mago del Cremlino di Giuliano da Empoli, saggista e docente di politica comparata all’Istituto di Studi Politici di Parigi. Il libro, grande successo editoriale in Francia con oltre un milione di copie vendute, è stato poi pubblicato in Italia da Mondadori (lo trovate qui).
Le vicende raccontate sono in larga parte ispirate a fatti reali. L’unica vera invenzione è il protagonista Vadim Baranov, personaggio fittizio che richiama però in modo evidente la figura di Vladislav Surkov, ex consigliere di Putin e teorico della cosiddetta “democrazia sovrana”. Surkov, passato dal mondo della comunicazione e della pubblicità ai vertici della politica russa, è stato a lungo considerato l’eminenza grigia del Cremlino, prima di ritirarsi dalla vita pubblica nel 2020.
Da Empoli era rimasto affascinato da questo personaggio già durante la stesura de Gli ingegneri del caos. Teoria e tecnica dell’Internazionale populista (lo trovate qui), e qui decide di farne il centro di una narrazione romanzata ma fortemente ancorata alla realtà.

Il cast
Il protagonista Vadim Baranov è interpretato da Paul Dano, e la scelta si rivela particolarmente felice. Dano possiede un volto a cui è difficile attribuire un’età precisa: ha tratti giovanili ma uno sguardo già segnato, capace di suggerire esperienza, disillusione, ambizione. Questa ambiguità anagrafica gli consente di attraversare oltre vent’anni di vicende senza bisogno di marcati interventi di trucco o trasformazioni artificiose. È credibile tanto come giovane produttore televisivo degli anni ’90 quanto come stratega maturo del Cremlino. Una continuità che rafforza la coerenza del racconto e rende il personaggio ancora più plausibile.
La vera sorpresa è però Jude Law nei panni di Vladimir Putin. Senza eccessi prostetici né trasformazioni caricaturali, Law lavora di sottrazione: postura, sguardo, micro-espressioni. Il risultato è una performance misurata ma inquietante, che restituisce un Putin freddo, controllato, impenetrabile.
Il contrasto tra Vadim Baranov e Vladimir Putin è interessante: se Baranov appare sfuggente, indefinibile, Putin è invece scolpito, compatto, sempre più rigido col passare del tempo. Due volti del potere — chi lo racconta e chi lo incarna — resi anche fisicamente attraverso una scelta di casting tutt’altro che casuale.
Jeffrey Wright interpreta Lawrence Rowland, il giornalista occidentale che, nel presente narrativo, raccoglie la lunga confessione di Vadim. È lui la cornice del racconto: un interlocutore silenzioso ma essenziale, che con il suo sguardo esterno permette allo spettatore di entrare nei meccanismi del potere russo attraverso il filtro del flashback.
Intorno ai due protagonisti ruota una galleria di figure chiave della Russia post-sovietica. Will Keen è un convincente Boris Berezovskij, uno degli oligarchi più influenti degli anni Novanta, simbolo di quella stagione in cui imprenditori e finanza privata esercitavano un potere quasi parallelo allo Stato. Alicia Vikander interpreta Ksenija, il primo amore di Vadim, presenza che introduce nel film una dimensione più intima e personale, seppur sempre trattenuta. Tom Sturridge veste infine i panni dell’oligarca Dmitrij Sidorov, figura chiaramente ispirata a Michail Chodorkovskij, magnate del petrolio poi caduto in disgrazia.

La regia
Dietro la macchina da presa troviamo Olivier Assayas, autore di film come Irma Vep (lo trovate qui) e Personal Shopper (lo trovate qui).
La sua è una regia sobria, quasi invisibile, interamente al servizio del testo. Il film parte dall’euforia caotica della Russia degli anni ’90 — tra televisioni private, oligarchi e capitalismo selvaggio — per poi scivolare gradualmente dentro le stanze ovattate del potere, dove tutto è strategia, manipolazione, costruzione del consenso.
Proprio questa fedeltà alla parola, però, diventa anche il limite dell’operazione. La verbosità — probabilmente ereditata dalla struttura letteraria — lascia poco spazio a invenzioni visive o a guizzi emotivi. Assayas osserva, registra, mette in scena, ma raramente sorprende.

Il commento
Il mago del Cremlino – Le origini di Putin è un film solido, ben interpretato e intellettualmente stimolante. Offre uno spaccato interessante di circa vent’anni di storia russa, raccontati dal punto di vista di chi il potere lo costruisce più che esercitarlo.
Eppure resta un’opera fredda. I suoi 156 minuti scorrono tra dialoghi densi e riflessioni politiche, ma difficilmente coinvolgono sul piano emotivo. È un film che si ammira più di quanto si ami.
Interessante, certamente. Necessario per comprendere alcune dinamiche del potere contemporaneo. Ma raramente capace di far vibrare lo spettatore.

