Intervista al fumettista Giovanni Freghieri

Freghieri

Con 37 albi all’attivo per la serie regolare più altri 26 albi tra Speciali, Almanacchi, Giganti, Maxi e Color Fest, Giovanni Freghieri è sicuramente una delle colonne portanti di Dylan Dog. Sono passati più di 25 anni dalla sua storia esordio sulla collana dedicata al nostro Indagatore dell’Incubo preferito e il contributo di Freghieri e dei suoi oltre 60 albi al successo di questa serie è incalcolabile. Nella sua quasi cinquantennale carriera, però, Freghieri non si è “limitato” a Dylan Dog, ma ha disegnato anche moltissimi altri fumetti quali ad esempio Bella & Bronco, Martin Mystère, Dampyr, Morgan Lost, Brendon, Hellnoir oltre a decine di storie libere per L’Intrepido, Il Monello, Lanciostory e Skorpio.

Quando hai capito di voler fare il fumettista?

L’ho sempre saputo! Fin da bambino ho sempre amato disegnare. Ho cominciato che ero piccolissimo e non ho mai smesso. Poi da adolescente ho provato a propormi ad alcune case editrici, ma essendo così giovane non venivo preso seriamente. La svolta c’è stata quando sono entrato a bottega nello studio di Giancarlo Tenenti: dal lui ho imparato tantissimo. Sono così riuscito a pubblicare su L’Intrepido e Il Monello e, successivamente, su Lanciostory e Skorpio. Sono stati anni molto intensi e stimolanti: le mie storie erano pubblicate accanto a quelle di alcuni tra i più grandi fumettisti del mondo!

Arriviamo così agli anni ’80 e al tuo debutto alla Bonelli…

Inizialmente ho disegnato un paio di episodi di Bella & Bronco, ma poi sono passato a Martin Mystère. Mi piaceva molto disegnare Martin Mystère e un po’ mi manca. Reputo Alfredo Castelli uno dei più grandi sceneggiatori del mondo. Non solo tra gli italiani, è davvero uno dei più grandi in assoluto! È stato molto bello disegnare le sue storie, peccato non averne più avuto l’occasione.

Anche perché da Martin Mystère sei passato in pianta stabile su Dylan Dog

Già. Ora non ricordo i dettagli, ma mi proposero di disegnarne uno speciale. Ormai sono più di 25 anni che disegno principalmente Dylan Dog, pur concedendomi delle pause per seguire occasionalmente altri progetti.

Come ad esempio Dampyr e Morgan Lost. Come scegli i fumetti con i quali confrontarti?

Non c’è una regola. Mauro Boselli stava scegliendo il disegnatore per uno speciale di Dampyr, io avevo appena finito un Dylan ed ero libero, così mi chiese di collaborare ed accettai volentieri. Qualche tempo dopo ho realizzato un altro Dampyr, ma per ora non sono previste altre mie apparizioni sulla serie. Comunque… mai dire mai. Più o meno è andata così anche per Morgan Lost: Claudio Chiaverotti, con il quale avevo già lavorato molte volte in passato, mi ha chiesto di disegnargli un numero di questa sua nuova serie e io ho risposto subito di sì. Ho lavorato anche su altre testate Bonelli come Brendon, sempre di Chiaverotti, e la miniserie Hellnoir di Pasquale Ruju.

A proposito di Hellnoir, quale è stata la maggiore differenza tra lavorare per una miniserie rispetto a una serie regolare?

La libertà! Quando Ruju mi ha proposto di disegnare Hellnoir gli ho subito risposto “Va bene, ma accetto solo se sarò totalmente libero”. Lui per scherzare mi ha detto categoricamente “No!”, ma in realtà ho avuto molta libertà, sia dal punto di vista del segno che della costruzione della tavola. Certo, gli standard della casa editrice devono essere mantenuti, ma ho avuto molte meno regole da rispettare e una quasi totale libertà artistica. È stato davvero molto stimolante e gratificante lavorare su questa miniserie. Spero di aver fatto un buon lavoro.

Dopo così tanti anni di carriera, cosa rappresenta confrontarsi con personaggi e atmosfere nuove?

Una sfida. Ormai sono circa cinquant’anni che faccio questo mestiere e ho capito che si mi dedicassi sempre allo stesso fumetto la mia creatività ne risentirebbe. Certo, Dylan è un fumetto molto vario, ci sono molte location: la casa di Dylan, Londra, l’ufficio di polizia, il castello. Alla fine, però, gran parte delle vicende ruotano intorno alle stesse atmosfere e alle stesse tipologie vicende. Disegnare invece fumetti ambientati in luoghi totalmente diversi e con atmosfere diverse, come appunto Dampyr o Morgan Lost, dà nuova linfa alla mia creatività e nuovi stimoli al mio lavoro.

Chi sono stati gli sceneggiatori con i quali ti sei trovato maggiormente in sintonia in questi anni?

Sono tanti. Sicuramente Claudio Chiaverotti con il quale ho realizzato alcune tra le mie storie migliori e con il quale ho formato un bel duo artistico nei miei primi anni di Dylan Dog, prima che lasciasse la serie per dedicarsi ai suoi progetti. Poi ovviamente Tiziano Sclavi: Sclavi è un genio e mentre lavori con lui ti verrebbe voglia di rinunciare perché non ti senti all’altezza. Poi però vedi il lavoro finito e ti rendi conto che insieme si è raggiunta un’ottima qualità. Ho fatto molte belle storie anche con Pasquale Ruju e Michele Medda.

Tra gli albi di Dylan Dog ne ricordi qualcuno con particolare affetto?

Sicuramente Il monastero (Speciale Dylan Dog 10, NDR) con sceneggiatura di Claudio Chiaverotti. Poi non saprei, ne ho fatti così tanti! Dovrei leggere una lista! Vediamo… Un altro bel numero era La strada verso il nulla (Dylan Dog 153) con sceneggiatura di Tiziano Sclavi e soggetto di Carlo Lucarelli. Accadde domani, La porta dell’inferno, Il picco delle Strega… sono davvero molti.

Come è nata la tua caratterizzazione grafica di Dylan?

Inizialmente mi sono rifatto alla caratterizzazione data da alcuni colleghi, soprattutto quella di Giampiero Casertano. Poi, negli anni, ho personalizzato sempre di più quella fisionomia inziale fino a creare quella che utilizzo attualmente e che è totalmente nel mio stile.

Secondo te quali sono gli elementi di Dylan che lo rendono un personaggio di così tanto successo dopo centinaia di storie?

Il suo carattere, la sua personalità. Dylan è diverso dai protagonisti di altre serie a fumetti. Non è uno di quegli eroi granitici con i quali è difficile immedesimarsi. È un ragazzo con molti problemi, ha numerose fobie, soffre di vertigini, ha sempre problemi di soldi, la sua auto è un maggiolino scassato… non è difficile metterci nei suoi panni. E poi soprattutto resta sempre “umano”: combatte sì i mostri e vive avventure fuori dall’ordinario, ma dimostra sempre molta umanità e bontà d’animo. Tra l’altro rispetto ad altri personaggi lo trovo molto “italiano”. Certo, è inglese e le sue avventure sono ambientate a Londra, ma quella non è “la vera Londra” e il carattere di Dylan probabilmente sarebbe lo stesso se le sue storie fossero state ambientate in Italia. Questa sua “italianità”, fatta di arrangiarsi e di fascino, è sicuramente un altro dei suoi elementi vincenti.

Attualmente a cosa stai lavorando?

Ho appena terminato una storia di Dylan per il Color Fest, con testi di Paola Barbato. Dato che non sarò io a colorarla, sono molto curioso di scoprire come si presenterà una volta colorata. Da pochi giorni ho iniziato a disegnare una nuova storia, sempre di Dylan, ma su questa per ora non posso anticipare nulla.

Che consiglio daresti ad un aspirante disegnatore?

Di disegnare, disegnare, disegnare. Spesso fumettisti esordienti vengono da me in studio a chiedere consigli o un giudizio sui loro book. Molti, però, si scoraggiano facilmente; altri, invece, hanno poche tavole da mostrare. Io dico loro di disegnare sempre. Quando ho iniziato io era difficile riuscire a pubblicare perché le testate erano davvero poche rispetto ad ora. Oggi i giovani fumettisti hanno potenzialmente molti più sbocchi lavorativi e non solo in Italia. Di contro, però, è aumentata anche la “concorrenza” e in giro ci sono davvero molti ottimi fumettisti. Quindi se si vuole arrivare da qualche parte è necessario molto olio di gomito e tante, tante tavole macinate.

Quando hai iniziato l’unico feedback dai lettori era la rubrica della posta. Oggi con internet e le sempre più numerose fiere del fumetto si può avere un riscontro immediato dell’apprezzamento o meno di un proprio lavoro. Come vivi questo cambiamento?

Sono molto felice di avere oggi questa opportunità. Finalmente posso conoscere i miei lettori, o quanto meno una parte di questi, e così dare un volto a chi legge le mie storie. È molto gratificante ricevere complimenti per il proprio lavoro. Le fiere sono molto stancanti, anche perché cerco sempre di accontentare i fan con autografi o disegni, però quando poi torno a casa ricomincio la settimana con nuove energie e nuove motivazioni. Spesso mi invitano anche a conferenze, ma quelle le faccio un po’ contro voglia. Come molti disegnatori mi esprimo meglio disegnando, le conferenze sono più adatte agli sceneggiatori. Così, appena finisce la tavola rotonda, torno subito a disegnare!

Intervista pubblicata originariamente sulla rivista Dylandogofili #11.

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