Intervista a Roberto Rinaldi

Roberto Rinaldi che disegna

Dylandogofili è la migliore fanzine dedicata a Dylan Dog in circolazione. Viene spedita a tutti i soci una o due volte l’anno, dal 2010 a questa parte, e contiene articoli, interviste e fumetti inediti. Da qualche anno collaboro con questa rivista, intervistando l’autore della copertina; l’autore di quella del n° 9, quello appena pubblicato, è Roberto Rinaldi, disegnatore nello staff dell’Indagatore dell’Incubo dal 1993. Qui sul blog trovate l’intervista integrale (a volte è necessario, sulla rivista, tagliare delle parti per esigenze di spazio), ma vi consiglio ugualmente di visitare il sito www.dylandogofili.com e abbonarvi alla fanzine così da leggere anche gli articoli e i fumetti, e ricevere tutti gli altri omaggi riservati ai soci.

E ora, iniziamo con l’intervista.

Quando è iniziata la tua passione per i fumetti? Quali sono state le tue prime letture?
È iniziata molto casualmente e molto istintivamente: avevo quattro anni e, trovati per caso degli albi a fumetti di Zorro, rimasi catturato dalla novità di guardare le immagini disegnate in sequenza con il mio eroe preferito e tutti i personaggi della serie televisiva. Non riuscivo a staccarmi dalla magia che il disegno mi suscitava, inoltre i disegni erano bellissimi… come se si aprisse un cerchio e più avanti capii il perché. Tutto è iniziato lì. Negli anni successivi, una volta imparato a leggere, i primi fumetti a cui mi sono avvicinato furono Topolino, Zagor e Alan Ford… con qualche incursione (li prendevo in prestito da un compagno che li collezionava) negli albi dei supereroi Marvel.

Quando hai iniziato coltivare invece la tua passione per il disegno?
La passione per il disegno ci si accorge di averla quando non si può fare a meno di disegnare. Sin da piccolo disegnavo tutto quello che mi ricordavo. Il piacere della comunicazione e della propria consapevolezza passa attraverso quello che presumibilmente ci riesce meglio; nel mio caso era appunto quello del disegno. Da piccolo, però, non pensavo che quello potesse essere addirittura un lavoro… finché non incontrai 12 anni Giuliano Giovetti. Giuliano Giovetti è stato un calciatore di Serie A e B, negli anni ’50, e ha militato in Modena, Como e Torino. Una volta appese le scarpette al chiodo divenne, caso più unico che raro, un apprezzato illustratore e fumettista: Marc’Aurelio, Disney, Mondadori, il Giornalino, Tuttosport, la Gazzetta dello Sport i suoi editori.

Come lo hai incontrato e come ha influito sul tuo sviluppo artistico e professionale?
Il mio incontro con Giovetti avvenne mentre frequentavo la seconda media e giocavo nella squadra di calcio dell’oratorio della mia Parrocchia. Lui, già molto conosciuto perché abitava nella mia zona, stava realizzando il Manuale del Giovane Calciatore e la mia squadra, con l’approvazione dell’allenatore e il mitico Presidente Don Giorgio, era la perfetta situazione “test” in cui sperimentare attrezzi calcistici e palloni inventati e brevettati da lui stesso, per migliorare le capacità tecniche dei piccoli calciatori. Così passammo un intero campionato ad allenarci con sfere molto più piccole delle regolamentari, perché solo così la sensibilità del piede calciante veniva sviluppata. Fu un periodo magico. Facemmo un ottima figura e in classifica finimmo secondi. Nella nostra squadra c’era tanto entusiasmo e l’essere pionieri di qualcosa di nuovo ci faceva sognare, come tutti i ragazzini, di poter diventare da grandi, giocatori professionisti (qualcuno lo diventò anche). Poi un giorno, andandolo a trovare nel suo studio con tutta la squadra al seguito, scoprii quale lavoro faceva… non era solo un ex calciatore di Serie A e il disegnatore della Gazzetta, che inventava cose dedicate al calcio, disegnava fumetti! Non capii più nulla. Dunque il lavoro più bello del mondo esisteva ed era lì davanti a me!

Hai iniziato a lavorare davvero giovanissimo: ancora adolescente, già pubblicatavi su Famiglia TV. Ci racconti di questi primi lavori?
La mia storia come aspirante disegnatore non può prescindere da quello che accadde in quegli anni. Certo la passione e la mia folgorazione nel voler diventare a tutti i costi un disegnatore di fumetti era pervadente e la sentivo come unica via da percorrere per inseguire il mio sogno. Giovetti ne era venuto a conoscenza e nella squadra di calcio ero quello “bravo a disegnare”. Ma tutto finiva a quella considerazione. In fondo ero solo un ragazzino che iniziava le superiori (Istituto Tecnico) e dire in famiglia di voler abbandonare la scuola per imparare a fare quel mestiere così strano e difficile, era una vera pazzia. Il corso della vita, talvolta, diventa vera e propria sceneggiatura che presenta pieghe e scelte drammatiche e nello stesso tempo avventurose. Quell’estate mia mamma se ne andò prematuramente e mio papà per il dolore, la seguì dopo pochi giorni. Fu una svolta forzosa che cambiò radicalmente tutto. Così, dopo due anni frequentati, grazie al sostegno di mia sorella, lasciai la scuola superiore, Giovetti mi prese con se nel suo studio a imparare il mestiere (aveva subito capito che avevo più cartucce come disegnatore che come calciatore) e m’iscrissi contemporaneamente alla Scuola D’arte del Castello. Lavoravo e studiavo. Avevo capito che il destino non aveva fatto troppi complimenti fino ad allora, ma ero anche conscio dell’opportunità che mi veniva offerta entrando nello studio di Giovetti. Lì iniziai a studiare con abnegazione tutte le cose più elementari e anche le più complesse che comportava disegnare come lavoro e non più come divertimento. Prendevo atto dei miei grandi limiti e della forza di volontà necessaria per migliorare. Giovetti mi insegnò tutto. Ma soprattutto il “rimanere con i piedi per terra” ogni giorno. Come faceva sempre lui. Con umiltà davanti al foglio bianco e con la consapevolezza di dover fare tantissima strada, in silenzio, con pazienza, macinando ore e ore sul tavolo da disegno. Sabato e domenica non erano che giorni come il lunedì o il mercoledì. Per questo ho iniziato così presto. Più per necessità che per virtù. Una virtù, però, me la voglio riconoscere: la caparbietà nel perseverare contro ogni difficoltà senza mai abbassare la guardia.  Dopo qualche anno scoprii negli scaffali della sua libreria che quegli albi di Zorro che mi affascinarono da piccolo li aveva disegnati lui. Anche qui la storia della vita chiudeva in qualche modo un cerchio e dava un senso compiuto a tutto. Dal lavoro con Giuliano Giovetti di carattere sportivo, i gol per la Gazzetta dello Sport, le sue realizzazioni didattiche sul mondo del calcio, e i fumetti come le storie per il Giornalino, il passo a cercare una piccola collocazione per iniziare, fu proprio la casa editrice San Paolo. Il primo vero lavoro fu, appunto, per Famiglia TV, con una pagina umoristica che aveva per protagonista un ragazzino che il Direttore Don Tommaso Mastrandrea (Contemporaneamente Direttore del Giornalino) volle chiamare Robi. Gli piaceva il mio senso dell’ironia e il fatto che avessi pochi filtri nello scrivere. Così iniziai. Ogni settimana una tavola autoconclusiva con temi che richiamavano gli argomenti di attualità e della televisione. In una delle tavole, ricordo, c’era anche un abbozzo di angelo custode che poco tempo dopo mi sarebbe tornato utile con Pallino. Avevo diciassette anni e fu una bella esperienza.

Famiglia TV - Roby - Roberto Rinaldi
Famiglia TV – Roby – Roberto Rinaldi

 

Poco dopo entri nello staff de Il Giornalino dove pubblichi diverse storie (I ragazzi del Don, Pallino).
Quando Famiglia TV chiuse i battenti, passai al Giornalino, e Don Tom mi chiese se me la sentivo di fare una serie a fumetti raccontata da dei “ragazzini dell’oratorio di una parrocchia”, realizzata da uno che all’oratorio, c’era stato… e nemmeno da troppi anni prima. Pensai a qualcosa che ricordasse la serie della tv dei ragazzi I ragazzi di Padre Tobia. Così, a diciannove anni, buttai giù e consegnai a Claudio Nizzi (l’allora responsabile del settore fumetti) l’idea de I ragazzi del Don, mettendoci tutto l’entusiasmo e l’acerba capacità nell’assemblare una storia. Verso la metà degli anni ‘80 arrivò nella redazione del Giornalino, un altro mostro sacro del fumetto: Gino D’Antonio. Questa volta sotto la sua guida, come curatore dei fumetti del settimanale, creai graficamente il piccolo angelo Pallino sui testi di Lidia Cannatella, realizzai la serie Due cuori e un’astronave ideata da Luigi Mignacco, e storia Il Vangelo scritta da Beppe Ramello. Devo tanto a Don Tom, a Claudio Nizzi e a Gino D’Antonio. Grazie anche ai loro insegnamenti se alcuni anni dopo il Direttore del Giornalino mi chiamò a ricoprire proprio il loro ruolo.

Pallino - non si mangiano gli spaghetti con le mani
Pallino – non si mangiano gli spaghetti con le mani

 

In che cosa consisteva la carica di responsabile del settore fumetti del Giornalino?
Per me fu una svolta. Avevo da poco iniziato a far parte dello staff dei disegnatori di Dylan Dog per Sergio Bonelli, e avevo anche la mia presenza fissa sul Giornalino con Pallino. Sdoppiarmi e far convivere questi ruoli molto diversi con la responsabilità di dovere gestire il lavoro all’interno della redazione, e rapportarmi con le più grandi firme del fumetto italiano, non è stato facile. Iniziai così a fare la mia gavetta con la consapevolezza che per prima cosa dovevo imparare da tutto e da tutti. Con molta umiltà mi avvicinai a questo ruolo, un ruolo nevralgico che mi permise di entrare completamente nel flusso di lavoro della produzione di fumetti. Dalla creazione alla pubblicazione. Cioè dal soggetto alla sceneggiatura all’opera di editing della stessa, dalla commissione del disegno alla correzione editoriale e al ritocco finale. Da quel momento ebbi la fortuna di conoscere tutti gli autori di persona e di prendermi cura del loro lavoro. Sceneggiature e disegni. Capire la fatica “oscura” nel passare e “trattare” ogni singola tavola prima della stampa. Scoprire che spesso il grande autore era anche uno straordinario esempio di semplicità e umiltà; Sergio Toppi per citare, forse, il più grande. Con il passare degli anni fino a oggi (per me sono quasi ventuno nella redazione del Giornalino), il lavoro del “responsabile” di questo settore è ovviamente cambiato. Il veloce sviluppo della comunicazione e della grafica computerizzata ha compiuto la sua rivoluzione. Così, oggi, sceneggiature e disegni circolano prevalentemente per via telematica. L’editing, gli interventi sulle tavole avvengono direttamente sul monitor del computer. Le telefonate sono superate dalla “chat” di skype e lo scambio di testi, bozze e proposte avviene in tempo reale. In tutto questo tempo i mezzi si sono evoluti, il fumetto ha subito molte trasformazioni.

Roberto Rinaldi - Dylan Dog - Torino Comics - 2007
Roberto Rinaldi – Dylan Dog – Torino Comics – 2007

 

Secondo te quali sono i più grandi meriti di questa testata?
È logico quanto io sia legato al Giornalino sia da autore che da “interno” alla redazione. Sono tanti anni e tante generazioni di lettori che sono cresciute con i cambiamenti del tempo. La grande peculiarità del Giornalino che è anche la sua inossidabile forza qualitativa, sta nel fatto che il pubblico è in continuo ricambio e per forza il settimanale deve continuamente “rigenerarsi” in un modo diverso. Il tratto temporale che accompagna il lettore del Giornalino, se ci si pensa bene, è breve e il target ha una natura molto diversa rispetto al pubblico del fumetto come testata autonoma. Fare un Giornalino che passi da un bambino/a delle elementari alla prima fascia delle medie, è molto difficile in quanto intercorre, come ho detto, un tratto temporale brevissimo e un “universo” di argomenti differenti. Un plauso a chi ha diretto questo settimanale nelle nove decadi trascorse, attraversando cambiamenti radicali ed epocali della società nel suo insieme, mantenendo intatto il fine che è quello di stare al fianco di un ragazzino o una ragazzina come un amico utile e divertente. Oggi per diversificare i vari target è nata quella che si chiama Area Ragazzi che comprende diverse testate, (di cui il Giornalino è parte centrale) che vanno dall’età pre-scolare con il GBaby ai quattordici anni con SuperG.

Cover Goldi Giornalino
Cover Gol di Giornalino

 

Parliamo ora del tuo ingresso alla Sergio Bonelli Editore. Cosa rappresentava per te la Bonelli e come è avvenuto il tuo ingresso nello staff?
Entrare nella redazione di Via Buonarroti è sempre stato l’equivalente di avere “l’Occasione” della vita professionale; come per un pilota approdare in Formula Uno, per un tenore salire sul palco della scala o per un calciatore giocare al Maracanà. Arrivare li è un punto d’arrivo. E fare in modo di starci un grande impegno. Prima di Dylan ho letto un po’ tutto quello che la Bonelli ha prodotto senza soffermarmi particolarmente su un personaggio in particolare ma seguendo soprattutto i disegnatori e la loro bravura. Rimanevo ore a guardare la sintesi di Ticci e Fusco su Tex… solo per citare i primi due che mi vengono in mente… (nominare i disegnatori che ammiro in forza alla casa editrice, sarebbe una follia in quanto in ognuno c’è sicuramente una caratteristica che ritengo di bravura assoluta e quindi impossibile da elencare). Poi è arrivato Dylan Dog, con il primo albo disegnato da Stano; un capolavoro di arte e coraggio da parte di tutti: editore, autore, disegnatori (ci metto anche le copertine di quel fenomeno di Claudio Villa). Dylan mi ha subito colpito. Mi è subito piaciuto e mi sono riconosciuto nella sua parte più profonda del carattere. Così ci ho provato e Gino D’antonio mi presentò a Tiziano Sclavi. Lo conobbi. Gentile, accogliente e molto simpatico. Mi diede tre tavole di prova e, in seguito, approvate quelle, mi ritrovai la prima sceneggiatura su cui lavorare: Banshee, in seguito rinominata La fata del Male, un testo di Claudio Chiaverotti.

Color Fest Roberto Rinaldii - 2011 Ouroboros - T16
Color Fest Roberto Rinaldii – 2011 Ouroboros – T16

 

Come è nata la tua caratterizzazione grafica di Dylan?
Sono partito da Rupert Everett, ma l’indicazione a cui rifarmi, me la diede Canzio, dicendomi di interpretare Dylan con delle espressioni un po’ asettiche (arrivando dal Giornalino in effetti lo facevo recitare un po’ troppo) seguendo il Dylan di Stano e Dall’Agnol. Così, come tutti i disegnatori che si sono avvicinati all’indagatore, anch’io ho elaborato un Dylan mio che cerca di assemblare tutti quelli che più mi piacciono.

Roberto Rinaldi - Dylan Dog - Torino Comics - 2010
Roberto Rinaldi – Dylan Dog – Torino Comics – 2010

 

Su Dylan Dog hai lavorato con molti sceneggiatori diversi, quali ad esempio Claudio Chiaverotti, Pasquale Ruju, Giancarlo Marzano e Gianfranco Manfredi. Come ti sei trovato a lavorare con loro?
Tutti questi autori sono molto bravi, professionali e precisi, specialmente Pasquale Ruju. È stato un privilegio lavorare con loro. Claudio è stato lo sceneggiatore con cui ho condiviso molte tavole e anche molte ore al telefono, siamo diventati amici. Mi piaceva e mi piace, il suo modo di scrivere perché è sempre fresco e, specie ne La Fata del Male ha fatto un bel mix di equilibro e stacchi di tempo perfetti per la narrazione. È la sua storia migliore tra quelle destinate a me.

Color Fest Roberto Rinaldii - 2011 Ouroboros - T32
Color Fest Roberto Rinaldii – 2011 Ouroboros – T32

 

C’è qualche sceneggiatore in particolare con il quale ti piacerebbe collaborare in futuro?
Per un disegnatore di Dylan Dog va da sé che il massimo sarebbe lavorare su una sceneggiatura di Tiziano Sclavi, ma questo è un desiderio che difficilmente si potrà realizzare. Sono e sarei felice lo stesso, con ognuno degli autori della casa editrice.

Tu ormai se uno degli autori storici di Dylan Dog, personaggio che interpreti dagli anni novanta. Come è cambiato Dylan in questi vent’anni?
Penso che sia cambiato come sono cambiati i tempi, con le difficoltà a realizzare sempre ottime storie e un tema così difficile come l’horror. Non dimentichiamo anche l’enorme produzione di questi decenni, in cui si sono sondati ed esplorati argomenti e territori tra i più svariati sempre cercando di mantenere l’originalità e la tensione giusta per un pubblico che si è affezionato, affinato, mutato sia nell’età che nelle motivazioni di attaccamento per l’Inquilino di Craven Road. Se pensiamo alla velocità con cui si è trasformata la vita negli ultimi vent’anni, è logico che la collocazione di un prodotto come il fumetto, abbia avuto la sua “sofferenza” con lo tsunami di tecnologia e relative offerte di svago canali televisivi tematici compresi, (a mio avviso sempre di più e quasi sempre passive per l’utente). In questo cambiamento anche Dylan (e altri personaggi) del mondo disegnato, hanno vissuto il loro “passaggio” ai giorni correnti, sostenendo una lotta impari ma vincente, trovando forse una nuova collocazione, grazie alla qualità e alla serietà della casa Editrice che in Sergio Bonelli ha avuto (e ora in suo figlio Davide) la pietra solida su cui poter pronunciare ancora la parola futuro.

Roberto - Dylan Dog - Cartooncomics - 2009
Roberto – Dylan Dog – Cartooncomics – 2009

 

Negli ultimi due anni si è parlato molto del rilancio a seguito del cambio di gestione. Cosa ne pensi del nuovo corso firmato Roberto Recchioni?
Sì, è parlato tanto e, credo, nel migliore dei modi per portare avanti un “rilancio”. Come ho detto nella risposta precedente, Dylan, assieme con la vita stessa è entrato “in questi anni” di cambiamento rapido e ci sta facendo i conti. Recchioni fa parte di questo cambiamento e, sebbene non lo conosca bene di persona, mi sembra che rispecchi proprio quella velocità di trasformazione delle cose. Ha avuto un incarico difficile e nuovo rispetto al passato, cioè quello di dare vita a cambiamenti importanti decisi dalla sua sensibilità e dalle sue scelte. Tutto questo rende impossibili paragoni con il passato e soprattutto concede una notevole opportunità di provare a sondare strade diverse. Questa credo che sia la sfida più azzeccata.

A fianco a mostri e vampiri, continui disegnare per la Gazzetta dello Sport. Quanto è importante per un disegnatore alternare stili e target?
Diciamo che il lavoro per la Gazzetta dello Sport è dedicato alla “cronaca” sportiva. La sfida in quell’ambito riguarda sempre riuscire a ricostruire nel minor tempo possibile (non più di due/tre ore) un fatto di cronaca raccontato con i disegni a colori; a volte sono gol e altre volte ricostruzioni di cronaca. Per quello che riguarda il calcio, però, ho nel mio bagaglio la vita con Giovetti e credo di avergli “rubato” sia i segreti che la passione per lo studio e la raffigurazione del gesto tecnico calcistico. Per quanto concerne i temi e gli stili devo tornare ancora una volta ai suoi insegnamenti. Infatti, il primo grande insegnamento che mi diede, fu quello di interpretare il mestiere del disegnatore come un lavoro che innanzi tutto aveva per prima cosa la richiesta di un committente e come tale, che fosse un editore o un’agenzia, poteva chiedere qualsiasi cosa e quindi bisognava essere “duttili” ad affrontare ogni ambito. Da qui, sotto la sua guida, ho iniziato a “studiare” il lavoro dei grandi autori (i migliori nel loro genere), per arrivare a raggiungere dopo molti anni un iniziale livello di professionalità che mi consentisse di lavorare. Questo mi ha “allenato” a vivere il disegno come forma di comunicazione ma soprattutto come servizio al lettore. Quando disegno lo faccio perché qualcun altro si immerga nel racconto che ne esce. Certo, a livello autoriale (come spesso sento dire quando si parla di fumetti) può sembrare spersonalizzante ma invece lo ritengo un grande valore quello della leggibilità e dell’essenzialità.

Lauda - Gazzetta - 2013 - Raimondo Rinaldi
Lauda – Gazzetta – 2013 – Raimondo Rinaldi

 

Ultima domanda di rito: a cosa stai lavorando in questo periodo?
Sto lavorando a una storia di Fabrizio Accattino. Con lui, da tempo ho instaurato anche un grande feeling, sia professionale che umano e ne è nata una bella amicizia. È molto bravo a scrivere e anche molto minuzioso nei dettagli delle inquadrature e nella ricerca di elementi originali da inserire nei sui mondi. Sono a tre quarti di una storia molto bella e molto “nera”… Direi che ha “osato” un bel po’ e io l’ho seguito con molto piacere. Presto sarà in edicola.

figura 7 - Tavola 2UNI
figura 7 – Tavola 2UNI

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