
Venerdì 27 febbraio 2026 è andata in scena la serata delle cover del Festival di Sanremo 2026. Tra grandi classici e duetti sorprendenti, non tutto è andato come previsto. Ecco le mie pagelle.
La quarta serata di Sanremo è da sempre la più attesa: gli artisti lasciano per un attimo la gara per abbracciare la storia della musica. Pur essendo d’accordo con la vittoria di Ditonellapiaga e TonyPitony, che hanno portato una ventata di classe internazionale, non tutti gli esiti della classifica finale hanno rispecchiato quello che ho visto sul palco. Ecco quindi l’analisi e i miei voti per ogni esibizione, dalla prima all’ultima.
Elettra Lamborghini con le Las Ketchup – Aserejé
Posizione Ufficiale: Fuori dalla Top 10
Il Mio Voto: 7
Il Commento: Elettra Lamborghini si conferma una delle artiste più simpatiche e carismatiche di questa edizione. La sua forza? Sembra fare la cantante quasi per hobby, risultando molto più genuina di tanti colleghi palesemente “costruiti” a tavolino dalle etichette. Consapevole dei propri limiti vocali, sceglie intelligentemente la via del divertimento puro con un tormentone dei primi anni 2000. La canzone è semplicissima e lei la porta a casa senza sforzo, trasformando l’Ariston in un gigantesco ballo di gruppo.
La chicca: Sapete perché le Las Ketchup si chiamano così? Sono le figlie del chitarrista Juan Muñoz, soprannominato El Tomate. Geniali è dir poco!
Eddie Brock con Fabrizio Moro – Portami via
Posizione Ufficiale: Fuori dalla Top 10
Il Mio Voto: 4
Il Commento: Se la serata delle cover deve essere l’occasione per reinterpretare un brano, qui l’obiettivo è stato mancato. Portami via è un capolavoro di Fabrizio Moro, ma questa versione è una copia carbone dell’originale. Brock si è limitato a cantare alcune strofe senza aggiungere una virgola di personalità o un arrangiamento che giustificasse l’operazione. Insufficiente non per la voce, ma per la totale mancanza di coraggio e originalità.
La chicca: Lo pseudonimo Eddie Brock — al secolo Edoardo Iaschi — è un omaggio nerd non troppo velato: è infatti il nome dell’alter ego umano di Venom, il celebre simbionte dei fumetti Marvel.
Mara Sattei con Mecna – L’ultimo bacio
Posizione Ufficiale: Fuori dalla Top 10
Il Mio Voto: 3
Il Commento: Un’operazione che purtroppo non decolla. Siamo ormai assuefatti dal format “ritornello pop + barre rap”, ma qui il problema è l’identità: la Sattei sembra una copia sbiadita di Carmen Consoli, cercando di imitarne lo stile senza però riuscire a trasmetterne né la dolcezza né la drammaticità originale. Le barre di Mecna, seppur inedite e tecnicamente valide, sembrano appiccicate a forza su un brano che non ne aveva bisogno. Rispetto alla versione originale siamo lontani anni luce: un’operazione che svilisce un capolavoro invece di omaggiarlo.
La chicca: La canzone originale è legata indissolubilmente al cinema: fu scelta da Gabriele Muccino come colonna sonora del suo film omonimo, diventando un inno generazionale dei primi anni 2000.
Patty Pravo con Timofej Andrijashenko – Ti lascio una canzone
Posizione Ufficiale: Fuori dalla Top 10
Il Mio Voto: 8
Il Commento: Qui siamo su un altro pianeta. Ti lascio una canzone (scritta dal sodalizio tra Gino Paoli e Beppe Vessicchio) è uno dei vertici della nostra musica, e Patty Pravo l’ha trattata con i guanti di velluto. La “Divina” ha dimostrato una classe e un’eleganza d’altri tempi, con un’interpretazione misurata e magnetica. A rendere il tutto visivamente sublime ci ha pensato la danza di Timofej Andrijashenko: la presenza del primo ballerino della Scala ha trasformato il palco dell’Ariston in un teatro d’opera. Un momento di pura arte.
La chicca: La scelta del ballerino non è casuale: Timofej è celebre anche per la sua bellissima storia d’amore con la collega Nicoletta Manni, a cui fece la proposta di matrimonio proprio sul palco dell’Arena di Verona.

Levante con Gaia – I maschi
Posizione Ufficiale: Fuori dalla Top 10
Il Mio Voto: 6
Il Commento: Levante entra in modalità “tributo a Gianna Nannini” e Gaia risponde con una carica energetica notevole. Tuttavia, il rischio della gara a “chi urla di più” è stato molto vicino. L’alchimia tra le due è indiscutibile, elettrica, fatta di sguardi e contatti che mimano un’attrazione travolgente. È il classico caso in cui il contenitore vince sul contenuto: l’esibizione è divertente e potente da guardare, ma se ci si concentra solo sull’ascolto, la magia si sgonfia un po’. Promosse per lo spettacolo, meno per la precisione.
La chicca: La regia televisiva si è “persa” il momento clou staccando proprio sul finale: mentre noi da casa vedevamo un abbraccio, l’Ariston è esploso per un bacio saffico tra le due artiste che ha chiuso la performance.
Malika Ayane con Claudio Santamaria – Mi sei scoppiato dentro il cuore
Posizione Ufficiale: Fuori dalla Top 10
Il Mio Voto: 6
Il Commento: Confrontarsi con Mina è il “pericolo pubblico numero uno” di Sanremo: il rischio di uscire con le ossa rotte è altissimo. Malika Ayane lo sa e sceglie saggiamente di non sfidare il mito sul piano della potenza, preferendo un approccio leggero e quasi giocoso. Claudio Santamaria, pur non essendo un cantante di professione, se la cava con grande dignità e carisma. Il risultato finale è piacevole, ma resta confinato in una sorta di “karaoke di lusso”: un’esecuzione impeccabile che però non aggiunge nulla di nuovo o indimenticabile alla storia di questo brano.
La chicca: Non è la prima volta che Claudio Santamaria si cimenta con i mostri sacri della musica: l’attore ha interpretato magistralmente Rino Gaetano nella fiction Rai del 2008, cantando lui stesso tutti i brani della colonna sonora.
Bambole di Pezza con Cristina D’Avena – Occhi di gatto
Posizione Ufficiale: 4° posto
Il Mio Voto: 7
Il Commento: Cristina D’Avena sta vivendo una vera e propria seconda giovinezza artistica. Dai tempi del Valzer del moscerino a oggi (con oltre 300 album alle spalle), è diventata la voce intergenerazionale per eccellenza. Sul palco dell’Ariston, però, è successo l’inevitabile: Cristina “si è mangiata” letteralmente le Bambole di Pezza. Ci si è ricordati della band solo quando, — così, di botto, senza senso — hanno intonato Whole Lotta Love dei Led Zeppelin, per poi tornare al “trio compatto” di Mediaset. Probabilmente un espediente per permettere a Cleo di mostrare doti vocali su un terreno più congeniale, visto che sulla sigla è risultata decisamente meno efficace. Se l’esibizione della D’Avena era da 9, questo mix forzato e il contributo trascurabile della band abbassano il verdetto finale.
La chicca: Cristina non è nuova alle contaminazioni: negli anni ha collaborato con Lo Stato Sociale, The Kolors e Shade, dimostrando che la “regina dei cartoni” sa trovarsi a suo agio in qualunque habitat musicale, dal pop al rock più spinto.
Dargen D’Amico con Pupo e Fabrizio Bosso – Su di noi
Posizione Ufficiale: 9° posto
Il Mio Voto: 8
Il Commento: Tra le tante operazioni viste stasera, questa è senza dubbio la più originale. Quello che poteva sembrare un mix kitsch e pacchiano si è rivelato una performance perfettamente in linea con lo stile di Dargen. Sul palco è successo di tutto: Pupo ha cantato la sua Su di noi, Dargen ha risposto con la traduzione di Le Déserteur di Boris Vian, il tutto arricchito dalla tromba sublime di Fabrizio Bosso e dal coro di Gam Gam (brano simbolo della Shoah basato sul Salmo 23). Le citazioni finali da Il Grande Dittatore di Chaplin e gli appelli di Papa Francesco hanno sigillato un vero e proprio “manifesto per la pace”. Un’esibizione densa, coraggiosa e profondamente umana.
La chicca: La scelta di Gam Gam non è un caso nel percorso di Dargen: il brano è diventato celebre in Italia negli anni ’90 grazie al remix dance di Mauro Pilato e Max Monti, un genere (la dance) che Dargen ama decostruire e nobilitare costantemente nella sua musica.

Tommaso Paradiso con gli Stadio – L’ultima luna
Posizione Ufficiale: Fuori dalla Top 10
Il Mio Voto: 7
Il Commento: Se l’obiettivo è omaggiare Lucio Dalla, chiamare gli Stadio è l’unica scelta filologicamente corretta: la band è nata proprio per accompagnare Lucio e i loro percorsi artistici sono stati uniti per decenni. Gaetano Curreri è apparso un po’ sottotono vocalmente, ma ha compensato con un carisma e un’esperienza che solo i grandi hanno. Tommaso Paradiso lo ha affiancato con la giusta grinta, dimostrando grande rispetto per il maestro e per il brano. Un duetto solido, credibile e molto sentito.
La chicca: Il nome della band non è casuale e porta la firma proprio di Lucio Dalla. Il cantautore bolognese scelse il nome prendendo ispirazione dallo storico quotidiano sportivo Stadio (che ha sede proprio a Bologna), convinto che quel nome avrebbe dato al gruppo un’identità popolare, forte e immediatamente riconoscibile.
Michele Bravi con Fiorella Mannoia – Domani è un altro giorno
Posizione Ufficiale: Fuori dalla Top 10
Il Mio Voto: 7
Il Commento: Un incontro tra due generazioni che parlano la stessa lingua: quella della sensibilità. Fiorella Mannoia è una garanzia assoluta, ma Michele Bravi ha dimostrato una maturità artistica notevole: accanto a un gigante della musica italiana non ha sfigurato, offrendo un’interpretazione sentita, elegante e mai sopra le righe. Il capolavoro di Ornella Vanoni è stato trattato con il massimo rispetto, rendendogli giustizia senza snaturarlo. Bravi di nome e di fatto.
La chicca: Molti associano questo brano solo alla Vanoni, ma in realtà si tratta di una cover (con testo di Giorgio Calabrese) di The Wonders You Perform, un pezzo country portato al successo negli Stati Uniti da Tammy Wynette nel 1970. Una storia di “viaggi” musicali che attraversa l’oceano.
Tredici Pietro con Galeffi, Fudasca & Band – Vita
Posizione Ufficiale: 5° posto
Il Mio Voto: 6
Il Commento: Un’operazione che vive interamente di rendita emotiva. Tredici Pietro si confronta con il colosso del padre e di Lucio Dalla con un’esecuzione senza infamia e senza lode, provando a “sporcarla” con qualche barra rap per attualizzarla. Galeffi e Fudasca restano onestamente nell’ombra. Il vero scossone arriva con l’ingresso a sorpresa (ma non troppo) di Gianni Morandi: il “Gianni nazionale” è apparso meno impeccabile del solito, tradito visibilmente dall’emozione di dividere il palco con il figlio più giovane. Se togliamo il valore simbolico del passaggio di testimone transgenerazionale, resta un’esibizione che fatica a brillare di luce propria. Sufficienza di stima per il momento televisivo.
La chicca: Nonostante l’abbraccio sul palco, il rapporto musicale tra i due è sempre stato all’insegna dell’indipendenza. Pietro ha rivelato che per anni ha evitato di far ascoltare i suoi pezzi al padre per non riceverne l’influenza, e Gianni, dal canto suo, ha ammesso di aver scoperto il talento del figlio quasi per caso, ascoltando i suoi brani su Spotify come un fan qualunque.
Maria Antonietta & Colombre con Brunori Sas – Il mondo
Posizione Ufficiale: Fuori dalla Top 10
Il Mio Voto: 7
Il Commento: Confrontarsi con Il mondo di Jimmy Fontana significa toccare un monumento della musica leggera anni ’60, impreziosito all’epoca dagli arrangiamenti di un gigante come Ennio Morricone. Maria Antonietta, Colombre e Brunori Sas hanno compiuto un’operazione eccellente: hanno traghettato il brano negli anni 2020 con una versione moderna, fresca, ma estremamente rispettosa dell’impalcatura originale. Un momento musicale di altissimo livello che meritava forse più fortuna in classifica.
La chicca: Il sodalizio tra Brunori Sas (al secolo Dario Brunori) e Maria Antonietta (alias Letizia Cesarini) non è nato per l’occasione sanremese. Brunori è stato infatti il produttore artistico del secondo album della cantautrice, l’omonimo Maria Antonietta del 2012: un legame professionale e umano che ieri sul palco si è sentito tutto.
Fuori Fuoco: Mentre ascoltavo Maria Antonietta, non so perché, mi è venuta un’epifania: ma quanto sarebbe perfetta la sua voce per una cover di Lene Marlin? Immaginate Sitting Down Here riarrangiata con il piglio post-punk di Letizia… un crossover che non sapevo di volere, ma di cui ora ho estremo bisogno!

Fulminacci con Francesca Fagnani – Parole parole
Posizione Ufficiale: Fuori dalla Top 10
Il Mio Voto: 6
Il Commento: Valgono le stesse premesse fatte per Malika Ayane: quando c’è di mezzo Mina, l’unica via di scampo è l’ironia. Fulminacci sceglie l’inversione dei sessi: lui si prende il difficilissimo compito di cantare le parti della “Tigre di Cremona”, mentre Francesca Fagnani sveste i panni della “belva” per sostituire Alberto Lupo nelle iconiche parti recitate. L’idea è simpatica e fresca, ma l’esecuzione resta in un limbo: carina da vedere in TV, ma nulla di memorabile dal punto di vista puramente vocale.
La chicca: L’omaggio di Fulminacci è più profondo di quanto sembri. L’inversione dei ruoli ha un precedente storico illustre: nel 1972, durante lo show Teatro 10, Adriano Celentano e Mina si scambiarono le parti. Proprio come il Molleggiato all’epoca, anche Fulminacci ha lanciato manciate di caramelle al momento del verso “caramelle non ne voglio più”. Una citazione filologica per veri intenditori del piccolo schermo.
LDA & Aka 7even con Tullio De Piscopo – Andamento lento
Posizione Ufficiale: 7° posto
Il Mio Voto: 8
Il Commento: Un’esplosione di energia pura che ha travolto l’Ariston. Tullio De Piscopo, fresco ottantenne e leggenda della batteria (storico compagno di viaggio di Pino Daniele), è salito sul palco con una forza invidiabile. LDA e Aka 7even hanno avuto il merito di approcciarsi a un classico come Andamento lento — brano che nell’88 vinse il Festivalbar — con un piglio moderno, senza mai risultare fuori posto. È senza dubbio uno dei “trietti” più riusciti della serata: una carica di simpatia e potenza napoletana che ha messo d’accordo tutti. De Piscopo, da solo, vale il prezzo del biglietto.
La chicca: Definire Tullio De Piscopo un “semplice” batterista è riduttivo. Parliamo di un’eccellenza mondiale che ha collaborato con giganti assoluti del jazz e del pop: da Astor Piazzolla (con cui ha inciso la storica Libertango) a Chet Baker, fino a Max Roach e Quincy Jones.

Raf con i The Kolors – The riddle
Posizione Ufficiale: Fuori dalla Top 10
Il Mio Voto: 5
Il Commento: Il successo planetario di Nik Kershaw viene catapultato dagli anni ’80 ai giorni nostri, ma l’operazione purtroppo non convince. Stash appare stranamente anonimo, privo del suo solito carisma trascinante, e Raf risulta decisamente sottotono. Se l’obiettivo era dare nuova linfa a un classico, l’esito è sbiadito: paradossalmente, restano molto più efficaci e cariche di energia le versioni italo-dance che hanno segnato gli ultimi decenni, dal remix di Gigi D’Agostino a fine millennio fino alla versione di Prezioso & Marvin del 2009. Un’occasione sprecata.
La chicca: Il testo di The Riddle è uno dei più grandi misteri della musica pop. Per anni i fan hanno cercato significati filosofici o messaggi in codice, finché lo stesso Nik Kershaw non ha ammesso che le parole non significano assolutamente nulla: scrisse un testo “non-sense” solo per riempire la melodia della guida vocale e decise di non cambiarlo più!
J-Ax con Ligera County Fam – E la vita, la vita
Posizione Ufficiale: Fuori dalla Top 10
Il Mio Voto: 7
Il Commento: Chi si aspettava il solito schema “strofa rap su ritornello melodico” è rimasto spiazzato. J-Ax sceglie la via dell’anarchia creativa e butta in cagnara il capolavoro surreale di Cochi e Renato. Sul palco mette insieme un dream team della milanesità più autentica: il carisma di Cochi Ponzoni, la comicità di Ale & Franz e Paolo Rossi, e la classe musicale di Paolo Jannacci. Un’esibizione super divertente, caotica al punto giusto e profondamente rispettosa di una scuola di spettacolo che non esiste più. Un omaggio che fa bene al cuore e fa ridere di gusto.
La chicca: La presenza di Paolo Jannacci sul palco è un cerchio che si chiude: suo padre, il leggendario Enzo Jannacci, fu infatti l’arrangiatore della versione originale del brano del 1968.

Ditonellapiaga con TonyPitony – The lady is a tramp
Posizione Ufficiale: 1° posto
Il Mio Voto: 9
Il Commento: Confrontarsi con un monumento della musica americana come The Lady Is a Tramp è un’impresa da far tremare i polsi: parliamo di un brano su cui si sono misurati Frank Sinatra e Ella Fitzgerald e, più recentemente, il duo Tony Bennett e Lady Gaga. Le aspettative erano altissime e il risultato è stato addirittura superiore: un’esibizione brillante, divertente e curata in ogni dettaglio, con quel sapore da musical di Broadway fatto di coreografie e parti recitate. Uno “spettacolo nello spettacolo” che ha riportato una ventata di classe internazionale sul palco dell’Ariston. Vittoria meritata.
La chicca: Nonostante sia diventata un inno allo stile e alla libertà, la canzone è nata nel 1937 per il musical Babes in Arms come una satira pungente contro l’alta società di New York. “Tramp” (vagabonda) non era un insulto, ma il modo in cui i ricchi dell’epoca definivano chi, come la protagonista, rifiutava i loro rigidi schemi sociali preferendo la vita all’aria aperta.
La chicca extra: C’è un curioso legame con il mondo del cinema d’animazione. Il titolo originale del classico Disney Lilli e il vagabondo è proprio “Lady and the Tramp“ (1955), praticamente identico a quello della canzone. Sebbene la canzone sia nata quasi vent’anni prima del film, entrambe le opere giocano sullo stesso contrasto sociale: la “Lady” raffinata e il “Tramp” che vive secondo le proprie regole.
Enrico Nigiotti con Alfa – En e Xanax
Posizione Ufficiale: Fuori dalla Top 10
Il Mio Voto: 7
Il Commento: Nigiotti e Alfa portano sul palco uno dei brani più intensi di Samuele Bersani, una cronaca delicata di amore e supporto reciproco tra due anime fragili. L’operazione di attualizzazione funziona, soprattutto grazie alle barre inedite di Alfa che si incastrano bene nel tessuto narrativo originale. Il grande merito del duo è quello di aver rispolverato una perla della musica italiana, facendola scoprire (o riscoprire) alle nuove generazioni.
La chicca: Il legame tra Samuele Bersani e questo brano è viscerale, quasi indelebile: il cantautore lo ama a tal punto da essersi tatuato il titolo, En e Xanax, sull’avambraccio sinistro poco dopo l’uscita del singolo nel 2013. Un marchio sulla pelle per una canzone che è diventata un inno per chiunque si sia sentito almeno una volta “fragile”.
Serena Brancale con Gregory Porter e Delia – Besame mucho
Posizione Ufficiale: Fuori dalla Top 10
Il Mio Voto: 9
Il Commento: Bésame mucho, scritta nel 1940 dalla messicana Consuelo Velázquez, è uno dei brani più celebri del XX secolo, ma la versione portata sul palco da Serena Brancale è una delle operazioni più coraggiose e originali viste in questa serata. Mischiare la passione latina al jazz americano di Gregory Porter e alle sfumature folk di Delia è un colpo di genio. La Brancale dimostra un controllo vocale invidiabile, mentre Porter mette in campo una voce profonda e vellutata che ti resta dentro. Per qualità tecnica e originalità, sono da podio.
La chicca: Che sia uno dei brani più interpretati della storia è noto, ma non tutti sanno che The Beatles inserirono Bésame Mucho nel loro repertorio degli esordi. La suonarono durante il provino alla Decca Records del 1° gennaio 1962 — con Paul McCartney alla voce — e la eseguirono anche in alcuni live dei primi anni.
Sayf con Alex Britti e Mario Biondi – Hit the road Jack
Posizione Ufficiale: 2° posto
Il Mio Voto: 10
Il Commento: Un capolavoro di intrattenimento e tecnica. Rendere omaggio a un mostro sacro come Ray Charles non è mai facile, ma Sayf lo fa in modo rivoluzionario. Accompagnato da Mario Biondi (che con i suoi bassi profondi riempie il brano) e Alex Britti (che sprigiona tutto il suo amore viscerale per il blues), i tre si presentano in perfetto stile Blues Brothers. Sayf non si limita alle solite barre: canta sulle note più acute con una sicurezza impressionante e poi si trasforma. Porta sul palco madre e nonna, ma soprattutto imbraccia la tromba per un duetto infuocato con la chitarra di Britti, coinvolgendo l’Ariston con vocalizzi e improvvisazione. Un’esibizione stupenda, originale e carica di talento puro. Questo ragazzo ha dimostrato che essere un rapper nel 2026 può significare molto più di quello a cui siamo abituati. Applausi a scena aperta.
La chicca: La canzone è stata scritta da Percy Mayfield, un grandissimo del blues che però vide la sua carriera da interprete stroncata da un terribile incidente stradale che gli sfigurò il volto. Proprio con Hit the Road Jack iniziò la collaborazione con Ray Charles per il quale scrisse una quindicina di canzoni.

Francesco Renga con Giusy Ferreri – Ragazzo solo, ragazza sola
Posizione Ufficiale: Fuori dalla Top 10
Il Mio Voto: 5
Il Commento: Space Oddity è uno dei brani più visionari di David Bowie, un viaggio spaziale tra citazioni di Bradbury e atmosfere alla Kubrick. La versione italiana del 1969 con il testo di Mogol (omaggiato durante la serata) ha sempre diviso: nel passaggio all’italiano, il fascino fantascientifico dell’originale si perde totalmente, trasformandosi in una più canonica e “terrena” canzone d’amore. Renga e Giusy Ferreri scelgono di riproporre questa versione, ma l’esecuzione resta un compitino senza particolari guizzi. Le due voci faticano a trovare una vera amalgama su un pezzo che, privato della sua epicità cosmica, risulta purtroppo datato. Niente di speciale.
La chicca: Il legame di David Bowie con il cinema è indissolubile quanto quello con la musica. Genio eclettico, il Duca Bianco ha prestato il suo volto a pellicole cult come L’uomo che cadde sulla Terra, il fantasy generazionale Labyrinth – Dove tutto è possibile e il vampiresco Miriam si sveglia a mezzanotte. Un artista totale che non si è mai limitato a un solo palcoscenico.
Arisa con Il Coro Teatro Regio di Parma – Quello che le donne non dicono
Posizione Ufficiale: 3° posto
Il Mio Voto: 9
Il Commento: Arisa è una certezza assoluta: quando c’è da cantare, non ce n’è per nessuno. La sua è una scelta di classe: affronta il capolavoro di Fiorella Mannoia con un’interpretazione deliberatamente più fragile e delicata rispetto alla potenza dell’originale. L’accompagnamento solenne del Coro del Teatro Regio di Parma avvolge la sua voce, creando un’atmosfera sospesa e quasi sacrale. Un’esibizione magistrale che giustifica pienamente il podio conquistato.
La chicca: Negli ultimi anni, in linea con la sensibilità del movimento #metoo, Fiorella Mannoia ha spesso modificato il testo del brano per renderlo più “consapevole” (aggiungendo ad esempio un “forse” dubitativo dopo “ti diremo ancora un altro sì”). Arisa, invece, ha scelto di tornare filologicamente al testo originale scritto da Enrico Ruggeri nel 1987, senza alcuna variazione. Una decisione coraggiosa che restituisce alla canzone la sua natura di “ritratto di un istante” di estrema fragilità, perfettamente in linea con il timbro e la poetica dell’artista lucana.

Samurai Jay con Belén Rodríguez e Roy Paci – Baila morena
Posizione Ufficiale: Fuori dalla Top 10
Il Mio Voto: 4
Il Commento: Va bene “buttarla in cagnara” (come ha fatto magistralmente J-Ax), ma qui siamo oltre il limite del sostenibile. Il duetto tra Samurai Jay e Belén Rodríguez rasenta l’imbarazzo: una gara di stonature dove è onestamente difficile stabilire chi canti peggio. L’unico a salvarsi è Roy Paci, che però sembra capitato lì per caso e si lancia in assoli di tromba che nulla c’entrano con il caos circostante. La scena di Belén che regge il microfono a un Samurai Jay inginocchiato è il manifesto del kitch sanremese 2026. Di questa esibizione resterà solo il reggicalze argentato della showgirl argentina.
La chicca: Una delle particolarità meno note è che il brano nasce come canzone in inglese con il titolo Sexy Thing. Solo successivamente Zucchero decise di aggiungere l’inciso in spagnolo “Baila morena”, creando quella miscela linguistica che contribuì al suo successo internazionale.
Sal Da Vinci con Michele Zarrillo – Cinque giorni
Posizione Ufficiale: 6° posto
Il Mio Voto: 6
Il Commento: Cinque giorni resta uno dei brani più belli e amati della carriera di Michele Zarrillo, ma l’operazione nostalgia inizia a mostrare la corda. La canzone era già stata proposta nella serata cover del 2023 da Will, sempre in duetto con Zarrillo. Tre anni dopo, la formula non cambia di una virgola: i due cantanti si alternano nelle strofe senza apportare alcuna novità o valore aggiunto. È “la solita” versione di un pezzo meraviglioso, ma l’esecuzione sa di già sentito. Un po’ di varietà nelle scelte, cara direzione artistica, sarebbe gradita.
La chicca: Anche Laura Pausini, co-conduttrice di questo Festival accanto a Carlo Conti, ha un legame speciale con questo brano. Nel 2006 ne ha registrato una cover contenuta nell’album Io canto, che ebbe un successo tale da essere pubblicata come singolo ufficiale nel mercato brasiliano.
Fedez & Masini con Stjepan Hauser – Meravigliosa creatura
Posizione Ufficiale: Fuori dalla Top 10
Il Mio Voto: 6
Il Commento: Dopo l’ottimo riscontro ottenuto con Bella stronza, la strana coppia Fedez-Masini decide di non rischiare e ripropone la stessa identica formula sul capolavoro di Gianna Nannini. Masini mette la voce (e il graffio), Fedez inserisce le sue barre rap. L’unica vera novità è la presenza scenica e il talento del violoncellista croato Stjepan Hauser, che prova a dare un respiro epico al brano. Tuttavia, l’effetto “déjà-vu” è troppo forte: l’emozione dell’imprevedibilità è svanita, lasciando spazio a un’esecuzione corretta ma priva di quella scintilla necessaria per scalare la classifica. Niente di speciale.
La chicca: Sapevate che questo brano ha avuto una vita “pubblicitaria” incredibile? Nel 2007, ben 13 anni dopo la sua uscita, la versione originale della Nannini fu scelta per uno spot automobilistico (la Fiat Bravo). Il successo fu tale che la canzone rientrò prepotentemente in classifica fino al primo posto della hit parade.
Ermal Meta con Dardust – Golden hour
Posizione Ufficiale: Fuori dalla Top 10
Il Mio Voto: 6
Il Commento: Golden Hour è il brano che ha consacrato l’americano JVKE, nato e cresciuto nel fenomeno virale di TikTok durante la pandemia. Ermal Meta decide di affrontarlo con la classe che lo contraddistingue, supportato al pianoforte dai ricami elettronici e neoclassici di Dardust. L’esecuzione è tecnicamente ineccepibile e molto suggestiva, ma resta un esercizio di stile: purtroppo non aggiunge nulla di nuovo o di personale rispetto all’originale. Una bella bolla di sapone che però scoppia appena finisce la musica, senza lasciare un segno duraturo nella serata.
La chicca: Il termine “Golden hour” non è solo un riferimento fotografico alla luce calda del tramonto. Nel testo, rappresenta metaforicamente quel momento magico in cui il tempo sembra fermarsi e si viene rapiti dalla bellezza del partner, descritta con immagini radiose come “pelle di glitter” e “raggi di luce”.
Nayt con Joan Thiele – La canzone dell’amore perduto
Posizione Ufficiale: 8° posto
Il Mio Voto: 7
Il Commento: Da ligure, ammetto di partire sempre con un pregiudizio protettivo quando qualcuno tocca Fabrizio De André. Spesso si commette l’errore di considerare Faber solo un poeta, dimenticando che la sua voce, calda e baritonale, era l’unico veicolo possibile per quei testi. Chiunque ci provi (che sia un rapper molisano come Nayt o un’artista cosmopolita come Joan Thiele) si scontra con una verità assoluta: De André, come Gaber o Battiato, è un tutt’uno con la propria opera. Le mie aspettative erano ai minimi storici, eppure, con mia grande sorpresa, il duo ha offerto un’interpretazione rispettosa, asciutta e convincente. Ho apprezzato immensamente la scelta di Nayt di non “violare” il testo con barre rap aggiuntive, lasciando che fosse la melodia a parlare. Una scommessa vinta contro ogni mio pronostico.
La chicca: Il brano è un omaggio malinconico di De André alla sua prima moglie, Enrica Rignon (soprannominata “Puny“). È la cronaca della fine di un amore che non muore con un urlo, ma sbiadisce lentamente nell’abitudine. Curiosità tecnica: la melodia non è farina del sacco di Faber, ma è un prestito colto dal Concerto per tromba, archi e basso continuo in Re Maggiore di Georg Philipp Telemann.

Luchè con Gianluca Grignani – Falco a metà
Posizione Ufficiale: 10° posto
Il Mio Voto: 6
Il Commento: A trent’anni esatti dall’uscita di Destinazione Paradiso, Gianluca Grignani torna sul palco per celebrare uno dei suoi inni più iconici. L’operazione di attualizzazione è affidata alle barre inedite di Luchè, che prova a dare una veste contemporanea a questo grido di libertà degli anni ’90. Rispetto ad altre sue performance sanremesi più “elettriche” e imprevedibili, Grignani appare qui insolitamente pacato e sottotono, mentre Luchè svolge il suo compito senza particolari guizzi. Un’esecuzione corretta e riuscita, che però non riesce mai a decollare davvero.
La chicca: Falco a metà nasce nel periodo giovanile di Gianluca Grignani, quando l’artista aveva poco più di vent’anni. Il brano racconta la sensazione di sentirsi sospesi, divisi tra slancio e fragilità, tra il desiderio di libertà e il peso della realtà. Un’immagine che è diventata una delle metafore più riconoscibili del primo Grignani e che, a distanza di anni, continua a parlare a chi si sente fuori dagli schemi.
Chiello con il pianista Saverio Cigarini – Mi sono innamorato di te
Posizione Ufficiale: Fuori dalla Top 10
Il Mio Voto: 4
Il Commento: Chiello tenta l’impresa più difficile: spogliare uno dei capolavori assoluti di Luigi Tenco per offrirne una versione intima, quasi sussurrata. Se le intenzioni sono nobili, la resa purtroppo è deficitaria: la delicatezza si trasforma in una serie di imprecisioni vocali che non rendono giustizia alla profondità del brano. Una (in)capacità canora che stride troppo con la solennità del testo. Si salva invece l’arrangiamento essenziale di Saverio Cigarini: il suo pianoforte è l’unica vera ancora di salvezza di un’esibizione che affoga nella fragilità dell’interprete.
La chicca: Il “giallo” della serata. Inizialmente il duetto doveva vedere sul palco Morgan, ma la sua partecipazione è stata cancellata in extremis. Le versioni divergono: Morgan sostiene di essersi fatto da parte per “generosità” verso il giovane Chiello; il rapper, di contro, ha dichiarato di averlo silurato perché durante le prove non si era creata la giusta alchimia. Resta il mistero su chi dica la verità ma, soprattutto, una domanda sorge spontanea: dov’è Bugo?
Leo Gassmann con Aiello – Era già tutto previsto
Posizione Ufficiale: Fuori dalla Top 10
Il Mio Voto: 4
Il Commento: Il confronto con Riccardo Cocciante è una trappola in cui i due cadono subito. Leo Gassmann inizia impostando la voce in un’imitazione fin troppo fedele (e superflua) del timbro originale. Quando entra Aiello, se non altro, smette di copiare, ma finisce per schiantarsi contro un’esecuzione che si trasforma presto in una gara a chi urla di più. Il risultato è un “karaoke di lusso” privo di quel sentimento malinconico e di quella tristezza devastante che rendevano l’originale un capolavoro di sottrazione. Tanto rumore per nulla, con la poesia di Cocciante rimasta chiusa nel cassetto.
La chicca: Il brano, uscito nel 1975, è uno dei vertici della collaborazione tra Cocciante e il paroliere Marco Luberti. Nonostante il testo parli di un addio lucido e “previsto”, la forza della canzone stava tutta nell’interpretazione quasi teatrale di Riccardo, che riusciva a passare dal sussurro al grido senza mai perdere il controllo emotivo. Una lezione di dinamica che ieri sera, purtroppo, è stata ignorata in favore della pura potenza vocale.
Commenti
Questo è il mio bilancio della quarta serata: una vittoria ufficiale che condivido, ma anche tanto talento ‘nascosto’ che meritava di più. Sanremo 2026 continua a stupire e a dividere, e queste pagelle ne sono la prova. Grazie per aver letto fin qui e fatemi sapere la vostra opinione: i commenti sono aperti!

